atuttadestra.net

Giampaolo Pansa: «La ronda dei fantasmi di Salò»

Oggi il centro sinistra e i maggiori quotidiani italiani accreditano i vari Fini o Bocchino (e via alemannando…) come dei maitre a penser. Ma un bell’articolo di Giampaolo Pansa ci rinfresca la memoria su quello che è stato il loro passato prossimo, non remoto. E’ un reportage pubblicato da La Stampa di allora sul congresso del Movimento Sociale Italiano svoltosi all’Eur il 4-5 aprile del 1970.

Il Msi ha occultato il vecchio rituale e le risse; ma la realtà è più forte dell’ipocrisia. Fra gli ex combattenti e le dame in visone, i più vispi sono gli uomini della repubblica delle teste da morto, i “camerati” giunti dall’estero, meno informati, fanno il saluto romano e scatenano applausi ricordando Perón o le guerre d’Africa. L’istrionico Almirante ha rovesciato sulla platea milioni di parole vuote, atteggiandosi a difensore della libertà.

«La destra nazionale è nata, viva il fascismo di Salò» si dovrebbe gridare; invece nessuno dei mille dell’Eur ha il coraggio d’ammetterlo: sul fondale, il blu sostituisce il nero, e Almirante ripete, giulebboso, che «abbiamo rinunciato saggiamente ad un rituale sorpassato». Ma la storia è più fardi ogni ipocrisia, i fantasmi ritornano, il vecchio tiene a battesimo il falso nuovo. Sul palco della presidenza Lauro sonnecchia annoiato. L’ammiraglio Birindelli è ingnignito perché, dicono, avrebbe voluto presiedere lui il congresso. I più vispi sono gli uomini della « repubblica delle teste da morto». C’è Paglioni, capo dei fasci dell’Emilia. C’è Franz Turchi, prefetto repubblichino della Spezia. C’è Abelli, già «Decima Mas». C’è Tremaglia, sottotenente di Salò.

Al centro sta Pino Romualdi, presidente del congresso. Ha un bel vestito manageriale, l’aria efficiente, e apre i riti congressuali con una lunga omelia. Legge con voce sicura, appena un po’ più spenta di quella di trent’anni fa. A Parma, dov’era federale della R.s.i., ricordano quegli anni. Ricordano il 10 giugno 1944, piazza Garibaldi, la celebrazione dell’entrata in guerra, oratore ufficiale un capitano delle SS italiane. Il pubblico era scarso: appena una trentina d’iscritti al partito, qualche reparto armato, e poi il vuoto attorno agli amici dei nazisti che volevano festeggiare quella data di lutto. Romualdi si arrabbiò e, ricorda un rapporto fascista dell’epoca, prese la parola «stigmatizzando il contegno della popolazione, assente nello spirito e nei sentimenti patriottici, cosa che trovava riscontro anche nel fatto che, nei pressi del luogo dove si svolgeva la cerimonia, sostavano nei caffè varie persone a conversare, mentre altre, di passaggio, affettavano la massima indifferenza. Per tale motivo, alla fine della cerimonia, i fascisti presenti si sono portati nei caffè dove hanno percosso le persone che ivi sostavano. Sono volati tavoli e seggiole e parecchi avventori, tra i quali un prete, una donna e un mutilato, sono stati malmenati».

All’Eur i «gorilla» oggi non servono, le seggiole restano in file ordinate, anche le risse fra camerati dei vecchi congressi missini sembrano un ricordo lontano. La platea, tra ex-combattentistica e mondana, fitta di signori e signore di mezza età, è generosa di applausi con Romualdi che recita rassegnato la sua parte di eterno secondo: vicesegretario di Pavolini durante l’agonia di Salò, vicesegretario di Almirante e ormai pensionato come oppositore interno e come interprete della linea dura. Lui proclama cose scontate sull’Italia di oggi: le «pugnalate alla schiena dello Stato», Valpreda, il paese « sommerso dall’orda dilagante dell’anarchia e della criminalità», gli «utili idioti» che vanno ai convegni di Amendola..

Tira un’aria moscia, non pochi posti sono vuoti, le dame in visone del «fascismo in grigio» che va di moda a Roma verranno in visita soltanto nel pomeriggio per ascoltare Almirante. Nell’atrio Caradonna, invecchiato, smagrito, la cravatta slacciala a sghimbescio, bofonchia con i giovani del servizio d’ordine che scherzano fra loro in modo pesante. «A Marce’, beccate questo!». «Boni, boni…». Sono le truppe interne che « difendono » il congresso e ne fanno un conclave un po’ assediato e fin troppo esclusivo. Qualcuno insinua che i « ragazzi » sono stati tenuti fuori «perché non rompano le scatole durante i lavori ». Ma forse è soltanto una misura di sicurezza: tutti, persino l’uomo del bar, debbono portare bene in vista il cartellino con nome e cognome.

Così i lavori possono incominciare tranquilli: una tranquillità indispensabile affinché il travestimento regga, e il grigio non stinga subito rivelando il nero. Si parla di «Italia», di «libertà», di «destra», mai di fascismo. In sala ci sono «cari congressisti» e nessun camerata. Soltanto Romualdi ha parziale licenza di ricordare. «Lui rappresenta la Repubblica sociale — mormora, ironico e stizzito, Caradonna — e dà la benedizione al congresso…». E dal palco Romualdi benedice, poi grida ripensando alle «cose grandi e intramontabili» e ai «ragazzi della Decima Mas», se la prende con la Resistenza «quasi esclusivamente comunista», con «la storia che non riesce a liberarsi della faziosità dei vincitori per conto d’altri», con i «fumi della propaganda di guerra» che, secondo lui, annebbiano ancora troppi cervelli italiani. Finalmente qualche richiamo noto, e i mille scattano in un applauso frenetico. Comincia un piccolo revival nostalgico, una sfilata di comparse che, pericolosamente, parlano anch’esse un po’ troppo chiaro.

Arriva il colonnello Aurelio Languasco, presidente dei combattenti di Salò. E’ un omone dalla voce roca che, senza riguardi per il new look missino, grida «camerati» e promette «fedeltà al mondo sociale e umano della R.s.i.».

Poi tocca a un anziano generale di corpo d’armata che arrischia una confusa lezione di storia, dai 700 cannoni che a Caporetto ebbero l’ordine di non sparare sino alle camìcie nere e ai battaglioni indigeni che combatterono l’ultima battaglia fascista in terra d’Africa: «Sul mio onore giuro che neppure un ascari si arrese… ».

Almirante sembra innervosito da quei ricordi guerreschi e tamburella impaziente sul tavolo presidenziale. Il generale viene spento e ritirato dal podio perché adesso premono i saluti dei dirigenti missini all’estero. Ecco quello dei «camerati d’Italia in Spagna». Dal Cile non è venuto nessuno perché Allende in persona ha impedito la partenza della delegazione. Un commendator Lattanzi, che si presenta come «vecchio pioniere e soldato», se la prende col «bandito di Tripoli» (Gheddafi). Un coraggioso arrivato dal Belgio fa il saluto romano. Il delegato argentino acclama Perón e invita all’applauso il congresso. Quello brasiliano mette in guardia contro i cavalli dei cosacchi che hanno sempre sete dell’acqua di piazza San Pietro e annuncia: «Corruzione in Brasile? Non è vero niente, là hanno soltanto spazzato la partitocrazia!». Ma adesso basta con questa sfilata un po’ penosa.

Adesso il congresso ascolterà il «papà» del nuovo corso, l’inventore della grande destra. Almirante si alza, pallido, elegantissimo, il baffo curato, gli occhi grigioazzurri gelidi e un po’ biechi. Parlerà a braccio, infaticabile, per più di tre ore, offrendo alla platea tutti i personaggi del suo repertorio di esperto gigione: il democratico zuccheroso, l’avversario comprensivo, il difensore della libertà, la vittima perseguitata, il benemerito del paese costretto a sentirsi «straniero in Patria», il polemista arrogante e anche un po’ becero e casermesco, ma con la strizzatina d’occhio per le signore che lo perdoneranno «se è arrivato alle soglie della scurrilità…». Almirante è abile e recita bene ciascuna di queste parti. Su di una, però, insiste: quella del grande pacificatore, dello stratega della distensione.
«Io non sono capace di rispondere con l’odio all’odio», assicura: la destra nazionale è un «moto di risorgente e riscattante amore», la guerra civile è finita, pace, pace, pace… La platea sembra accettare tutto. I vecchi cronisti da congresso ascoltano allibiti elencare fra le «grandi anime che aleggiano nella sala» anche quella di Salvo d’Acquisto, fucilato da quei tedeschi accanto ai quali gran parte della «meravigliosa classe dirigente della destra» cominciò il proprio noviziato politico. E il programma di questa destra? Il discorso di Almirante è il vuoto assoluto, però non importa: ci penserà, fra qualche tempo, la prima assemblea corporativa.

Milioni di parole banali («ma anche le banalità fanno politica » taglia corto Almirante) piovono sul congresso, i mille dell’Eur ridono felici udendo ribattezzare Andreotti «l’onorevole camomilla», o rimproverare Gonella, «il mammasantissima della destra», per aver messo fuori Valpreda. E la felicità fa sentire tutti meno soli. L’isolamento del congresso è totale. Nessuno dei partiti «fratelli» d’Europa si è fatto vivo: qualcuno sostiene che l’assenza è stata voluta dal Msi per non dar corpo ad una imbarazzante «Internazionale nera ». D’oltre frontiera, si fa vivo I soltanto il signor Costantinescu, vecchia conoscenza romena dei raduni missini, che, applauditissimo si presenta come «legionario della I Guardia di ferro di Codreanu», scampato alla «bolgia marxista». E l’isolamento appare più chiaro quando Almirante annuncia una sola adesione di spicco al partito: quella di Gianna Preda, la giornalista che, dopo un annoso sodalizio con l’estrema destra, ha deciso, visti i «tempi difficili e scomodi», di chiedere la tessera. La platea applaude in piedi e la signora, vestita alla George Sand, tutta in nero, sigaretta con lungo bocchino, risponde facendo boccacce ai fotografi.

Almirante avverte che il partito «non si chiama più partito, ma Italia», e continua ormai roco, il passo più stanco, i concetti sempre più fumosi, il discorso ormai pasticciato e confuso. Il vuoto ideologico si accentua e la retorica non basta a riempirlo. Il «papà della destra » adesso parla dell’Italia, della corona alpina e della catena appenninica, del voto di protesta del Sud e di quello di rabbia del Nord dove «vivono uomini civili e pacifici» (in mezzo sta Roma che esprime non voti di rabbia e di protesta, ma «di civiltà e di storia»). Grida: «Avete tentato di portare via anche l’anima al popolo italiano e allora la gente s’è ribellata»; recita a memoria un lungo brano di Dante e conclude assicurando di aver «parlato a nome di milioni e di milioni di italiani che guardano a questo congresso come ad un faro di luce». E’ il trionfo.

 

L’entusiasmo contagia anche il rassegnato nemico Romualdi che saluta «la splendida orazione di Almirante, questa fatica per chiarire al mondo…». Le parole si perdono fra le grida dei congressisti. Poi l’anfiteatro si vuota. Mezz’ora dopo, nel parterre silenzioso, coperto di cicche, trovo a parlottare in un angolo Caradonna e Ciccio Franco, l’eroe della sommossa di Reggio, oggi senatore. Chiedo a Franco un’opinione sul «rapporto» di Almirante. Risponde con un’aria indefinibile: «Ampio, studiato, sofferto, chiaro, che si proietta nell’avvenire…». E Caradonna, che dice? Caradonna ci fissa con quei suoi strani occhi un po’ matti, poi borbotta a mezza voce, guardando a terra: «Bono, bono…». E Dante, le è piaciuto anche Dante? «Ma si — fa lui, ironico e torvo —. Dante, Manzoni, Foscolo, perché no, va tutto bene, sono padri della patria, l’Italia è quella, no?».  (blitzquotidiano.it)

6 commenti

  • Roberto

    Il monaco armeno della dinastia Tigran dovrà tornare in Siria

  • Anonimo

    Il monaco armeno della dinastia Tigran dovrà tornare in Siria

  • dextrus

    Questa gente, con tutti i suoi limiti umani, era cento volte meglio dello squallore della destra attuale. Chi

  • Renato Nelli

    …mi pare che l’articolo di Pansa racconti del Congresso del MSI del gennaio del 1973, sempre celebratosi all’ Eur…si fa accenno ad Allende…ed infatti Allende nel gennaio 1973 era ancora il Presidente del Cile…

  • Renato Nelli

    Ma è sicuro che l’articolo di Panza descriva il Congresso del Movimento Sociale Italiano svoltosi all’Eur il 4-5 aprile del 1970?
    A me mi pare di no.

    Si parla di Ciccio Franco Senatore, dei moti di Reggio Calabria…
    Ma nell’Aprile del 1970 Ciccio Franco non era un semplice sindacalista della Cisnal settore Ferrovieri?
    Ma i moti di Reggio Calabria non iniziarono tre mesi dopo, nel Luglio del 1970?

  • luca r.

    Vedo che si cerca sempre di collegare Fini e gli altri all’msi,addirittura tirando fuori congressi missini di 40 anni fa.Non vedo continuità politica,quel percorso si è interrotto da AN in poi.E’ un collegamento che non si può fare,di cui tra l’altro mi vergogno,anche con tutti i difetti che aveva l’msi.Sarebbe come collegare Veltroni al comunismo…insomma,è un processo illogico,sciocco,inutile.
    Tra l’altro spesso si mescola Almirante con altri personaggi che non c’entrano nulla tirando in ballo la parola destra,e questo è un altro errore.Oggi quel termine purtroppo ingloba tutto e tutti e non ci identifica come in quell’epoca.La destra odierna è figlia del pentapartito di ieri,E non slo la destra.Quindi terrei fuori Almirante da queste generalizzazioni…oltre che da Fini.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.