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Veline, “buchi”, sfuriate. Ecco Farinacci giornalista

Non è circostanza di poco conto registrare che Cremona dedichi una mostra a Roberto Farinacci, figura ingombrante e scomoda con cui il capoluogo padano ha evitato a lungo di fare i conti, come capita con un proprio avo che nobiliti e insieme inquini l’albero genealogico.

Ora, grazie all’illuminata intuizione di un funzionario pubblico, il direttore della Biblioteca Statale di Cremona, Stefano Campagnolo da poco destinato ad altro incarico la città del ras ospita un percorso espositivo intitolato «Si faccia un articolo di fondo…», che ricostruisce molti aspetti anche curiosi della multiforme personalità di Farinacci.

La rassegna, bibliografica, fotografica e documentaria (da segnalare, il pregevole catalogo), è allestita nella sede della biblioteca stessa, e sarà aperta ai visitatori oltre il 30 settembre, data inizialmente fissata come termine dell’evento, «raddoppiando», con un secondo appuntamento autunnale: una mostra sul Premio Cremona autentico caposaldo culturale farinacciano , curata da Vittorio Sgarbi e organizzata dal Comune, che sarà inaugurata il 21 settembre al museo civico Ala Ponzone.

Piatto forte dell’evento espositivo della biblioteca è la raccolta di «veline» del gerarca padano raccolte da uno dei suoi più stretti collaboratori, il redattore Renzo Bacchetta, assunto nel 1923 a Cremona Nuova, per poi passare, tre anni più tardi, alla neonata testata Il Regime Fascista, fulcro del vasto potentato mediatico e finanziario di colui che è stato variamente ribattezzato come la suocera del regime, l’antiduce, il fedelissimo infedele.

Farinacci fu non soltanto il leader del radicalismo fascista, durante il Ventennio. Fu, tra le 10-12 personalità politiche determinanti per l’ascesa al potere di Benito Mussolini e l’instaurazione del suo regime.

Già seguace di Leonida Bissolati, esponente di spicco dei socialisti riformisti, dopo la Prima guerra mondiale aderì ai Fasci già dalla riunione di fondazione avvenuta a Piazza San Sepolcro, a Milano, il 23 marzo 1919. Avvocato di successo, ebbe trascorsi nella massoneria che non gli furono perdonati.

A Cremona, anche negli anni in cui visse quasi ai margini del sistema, dopo essere entrato in conflitto con Mussolini, godeva del potere illimitato di un signore rinascimentale.

Occorre riconoscere che, ogniqualvolta si studi la figura di Farinacci, si avverte odore di zolfo. Nel suo modo spietato di condurre la lotta politica, si colgono sempre bagliori luciferini.

Si tramanda, non a caso, che lo stesso Mussolini nutrisse più di un’inquietudine al suo riguardo: tanto è vero che al ras sono stati attribuiti vari complotti volti a eliminare il Duce. Ciononostante, non sono mai emerse prove di un suo reale tradimento nei confronti di colui che riconosceva come suo Capo.

La mostra di Cremona riporta in auge la ben singolare comunità giornalistica che si riunì attorno a Farinacci. Fra costoro vi era anche uno strano personaggio, il pastore protestante Paolo Pantaleo, che fungeva da redattore responsabile, ossia, in pratica, da vicedirettore.

Quando fu chiamato a Roma, da Mussolini, per assumere la segreteria del Partito nazionale fascista, incarico che resse dal febbraio 1925 al marzo dell’anno successivo, il ras portò con sé il bravo Bacchetta, che era anche esperto di liuteria.

Nella Capitale, questi funse sia da segretario personale del capo, sia da responsabile della redazione romana del quotidiano cremonese. A lui si deve la conservazione di una preziosa collezione di «veline»: scritti autografi attraverso i quali Farinacci poteva dirigere, da lontano, il suo giornale.

Le carte raccolte da Bacchetta sono quasi tutte relative al periodo in cui il mefistofelico Roberto fu segretario del partito, e contengono le direttive che questi faceva piovere, come schiocchi di frusta, sulla redazione mollemente adagiata sui ritmi blandi della vita in riva del Po.

In uno scritto di pugno di Farinacci, questi invita infatti i suoi redattori a «svegliarsi», dopo l’ennesima gaffe comparsa sull’edizione stampata del giornale, minacciandoli, in caso contrario, di mandare, in sua plastica rappresentanza, «un vice direttore che vi faccia morire tutti tubercolotici».

«Si faccia un articolo di fondo…», è il titolo della mostra. E, infatti, molte delle «veline» contengono la bozza, o la scaletta, di un editoriale, oppure di un corsivo, che Farinacci dettava, puntualmente, per telefono, alle 17 di ogni giorno.

A proposito di svarioni in pagina, dell’8 aprile 1926, è una dura reprimenda che il ras trasmette al suo corpo redazionale. Che cosa è accaduto? Che il 7 aprile, Mussolini è scampato, miracolosamente, sulla piazza del Campidoglio, a un attentato, compiuto dall’irlandese Violet Gibson, che con un colpo di pistola è riuscita soltanto a forargli le pinne nasali.

Il pomeriggio stesso, Il Regime Fascista, esce con la notizia, in edizione straordinaria. Ma essa ha soltanto una diffusione locale, per cui, l’indomani, il quotidiano, come di consueto, viene distribuito su scala nazionale, ma omettendo i particolari di cronaca dell’attentato. Farinacci, di fronte all’ilarità generale, per il clamoroso «buco» giornalistico, monta su tutte le furie e, da Roma, scrive al suo vice: «Caro Pantaleo. Stasera è arrivato Il Regime Fascista senza la notizia ufficiale dell’attentato al Presidente. Più fessi di così si muore. Voi avete fatto un seguito all’edizione straordinaria ma l’edizione straordinaria non va in Italia e nemmeno in provincia. Per il Regime a Roma queste gaffes giornalistiche fanno enorme impressione».

Di tono goliardico è invece un messaggio a Bacchetta, che Farinacci verga in occasione della visita di Umberto di Savoia, a Cremona, il 29 maggio 1927: «La prego di non mancare allo spettacolo di gala che avrà luogo domani sera in onore del Principe Umberto. Le faccio presente che se ella non interverrà lo spettacolo non avrà luogo».

 

 

fonte: http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/veline-buchi-sfuriate-ecco-farinacci-giornalista-1554759.html

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