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Centrodestra nel pantano, “richiamato” pure Ignazio La Russa

Dal 16 novembre 2011, il giorno in cui ha dovuto lasciare il suo ufficio da ministro della Difesa, situato a poche decine di metri dal Palazzo del Quirinale, Ignazio La Russa si è visto poco. Ha fondato insieme a Giorgia Meloni e Guido Crosetto il partito Fratelli d’Italia, ma è rimasto un passo indietro la giovane leader. Ex dirigente del Movimento sociale italiano, poi presidente di Alleanza nazionale, settanta anni compiuti lo scorso luglio, l’avvocato nato in Sicilia ma che è stato un big della politica milanese è ricomparso soltanto quando il gioco si faceva duro e serviva uno pronto, in tv, come la sera dell’esito del referendum del dicembre 2016 o, tre settimane fa, delle elezioni Politiche.

Unico in attività (al pari di Maurizio Gasparri, che è un esponente di Forza Italia però) tra gli ex colonnelli di Gianfranco Fini, lascia la Camera dei deputati della quale è membro dal 23 aprile 1992 ed è stato eletto per la prima volta al Senato. Segno che è diventato vecchio e più saggio? Di sicuro la sua esperienza sta tornando utile se è vero che, dopo anni di assenza, La Russa è tornato a partecipare ai vertici del centrodestra. Sia alla riunione della scorsa settimana tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni che in quello di ieri c’era anche lui in qualità di “spalla” della presidente del suo partito. “Abbiamo dimostrato che c’è ancora la possibilità per fare politica per passione e senza calcoli. Con Fratelli d’Italia abbiamo fatto una scelta coraggiosa e coerente, senza di noi dopo 70 anni non ci sarebbe più stato un partito di Destra e non ci sarebbe più stata la fiamma sulle schede elettorali”, ha rivendicato giusto qualche giorno fa.

Non è ancora andato a “registrarsi” a Palazzo Madama, ha appena cominciato a (far) fare gli scatoloni nel suo ufficio al quarto piano di Montecitorio, eppure il suo telefono in questi giorni squilla in continuazione. Tornano buoni i rapporti vecchi (compreso quello con l’attuale capo dello Stato, che era stato capogruppo della Margherita alla Camera)  e nuovi così come i rapporti internazionali costruiti alla Difesa. Avvocato – fu difensore, tra l’altro, di Alessandro Sallusti – esperto di sistemi elettorali, è diventato un “meme” sui social network dopo che ha esibito in tv la cover del cellulare con sopra scritto “100 per cento milf”, sarebbe in predicato di diventare presidente di Commissione.

La nuova “geografia” del centrodestra ha cambiato anche la composizione dei tavoli dove si discutono i dossier delicati: se per Fdi ci sono Meloni e La Russa, per la Lega oltre a Salvini è entrato in servizio Giancarlo Giorgetti, vicesegretario e “antico” partecipante delle cene del lunedì ad Arcore con Umberto Bossi e Giulio Tremonti. Silvio Berlusconi si presenta affiancato da Niccolò Ghedini, anche se spesso il lavoro preparatorio (o successivo) viene svolto da Gianni Letta. E’ attribuito a quest’ultimo, per esempio, l’algoritmo partorito dal vertice di ieri e scritto nero su bianco nella nota finale: “​Il centro-destra propone ai gruppi Parlamentari un comune percorso istituzionale, che consenta alla coalizione vincente (il centro-destra) di esprimere il presidente del Senato e al primo gruppo parlamentare (il cinquestelle) il presidente della Camera, riconoscendo nel contempo in ciascun ramo del Parlamento un vicepresidente a ogni gruppo parlamentare che non esprima il Presidente”.

Quello contenuto è uno schema di accordo che coinvolge centrodestra, Cinquestelle e pure il Pd che consentirebbe di “avviare la legislatura” eleggendo presidenti di entrambe le Camere, ma, come ha notato qualcuno, è uno schema che potrebbe tornare utile al Quirinale per mettere in piedi un governo delle larghissime intese. “Confidiamo che una tale proposta così rispettosa del voto degli italiani  possa essere accolta positivamente da tutte le forze in campo”, si poteva leggere ancora nella nota firmata Salvini-Berlusconi-Meloni.

Molti osservatori sono rimasti colpiti dall’apertura non scontata di Forza Italia all’accordo col Movimento 5 stelle, ma il passaggio più complicato è quello che coinvolge, senza citarlo, il Pd, cui spetterebbero un vicepresidente alla Camera e un vicepresidente al Senato. “Noi non abbiamo fatto nomi, ma abbiamo sancito un principio democratico secondo il quale ognuno dei partiti abbia una presenza tra presidenti e vicepresidenti: spero che nessuno si tiri fuori, ora telefonerò a tutti, a Di Maio, Martina e Grasso”, ha sottolineato Salvini quando era sera. Nel corso del vertice a Palazzo Grazioli durato due ore e mezzo i leader hanno deciso che la presidenza del Senato toccherà a un forzista e si sono detti disposti a votare un esponente del Movimento 5 stelle alla Camera, dove Luigi Di Maio vuole a tutti i costi piazzare un esponente del suo partito. I pentastellati, però, vorrebbero anche due vicepresidenti, a costo di escludere il Pd, che, ovviamente, non ci sta.

Nel corso del vertice la coalizione arrivata prima alle Politiche, pur priva dei numeri per governare in autonomia, ha deciso di tenere il punto sul nome di Paolo Romani. Già ministro delle Comunicazioni e dello Sviluppo economico, poi capogruppo al Senato nella scorsa legislatura, l’ex editore di Italia 7 è stimato dal leader di Fi e pure dai manager delle sue aziende, avrebbe ottime chance di conquistarsi voti aggiuntivi del Pd, col quale è stato considerato un “ambasciatore” ai tempi del Patto del Nazareno. Il “problema” di Romani è quella piccolissima indagine sull’uso del cellulare del Comune di Monza sulla quale ha già chiarito tutto, ma che viene considerata una “causa ostativa” per i voti dei Cinquestelle. “Non voteremo mai un indagato o un condannato”, hanno infatti chiarito subito i pentastellati.

Il piano b potrebbero essere le due azzurre Anna Maria Bernini o Elisabetta Alberti Casellati. In cambio del via libera ad un forzista nel ruolo di seconda carica dello Stato, il segretario leghista ha rivendicato il diritto a provare lui la strada per Palazzo Chigi e ad esprimere un suo candidato per la guida della Regione Fiuli Venezia Giulia. Finito il vertice, è stato ritirato il candidato in campo, l’azzurro Renzo Tondo, e Salvini stesso ha augurato con un tweet “buon lavoro” al suo prediletto e capogruppo uscente, Massimiliano Fedriga.

fonte: http://notizie.tiscali.it/politica/articoli/Centrodestra-nel-pantano-richiamato-La-Russa/

Un commento

  • dextrus

    Il copione non cambia mai…..poveri noi

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