Pubblicato il: 14 novembre 2017 alle 6:50 pm

Abbattere no, coprire sì. L’arte contemporanea depotenzia il bassorilievo del Duce a Bolzano

IL PIÙ GRANDE BASSORILIEVO D’EUROPA? LO VOLLE IL DUCE

Due concorsi per artisti, uno stesso luogo, due scritte che si collocano agli antipodi lungo l’asse della storia. In mezzo quasi un secolo. E la lunga elaborazione di una ferita comune, di una vicenda epocale, di una parabola politico-culturale complessa, controversa, ancora non metabolizzata.
Correva l’anno 1938. A Bolzano veniva bandito un concorso sul tema “la grandezza dell’era mussoliniana”, riservato ad artisti altoatesini. In molti esposero presso il nuovo I.T.C. Cesare Battisti di via Cadorna, diciotto furono premiati: tra questi c’era anche il giovane Hans Piffrader (Chiusa, 1888 – Bolzano, 1950) con un rilievo dal titolo “Veni, vidi, vici”, ispirato alla guerra d’Abissinia e tutt’oggi conservato presso l’Istituto.
Nel novembre di quell’anno a Piffrader venne chiesto di consegnare a Mussolini una piccola copia dell’opera. Gesto che si rivelò decisivo: nominato Cavaliere, ottenne l’incarico per la realizzazione di un bassorilievo destinato alla Cassa di Risparmio di Bolzano e poi per un secondo lavoro sulla facciata dell’odierno Palazzo delle Finanze, in piazza Tribunale, ex sede locale del Partito Fascista. E fu proprio quest’ultima commissione a rendere celebre Piffrader, col suo record imbattuto: il suo è infatti il fregio marmoreo più grande d’Europa, con una fila di 57 lastre e 36 metri di lunghezza, per un’altezza di 5,5 metri, una profondità di 50 cm e un peso di 95 tonnellate. Il racconto mitico si srotola come una pergamena lungo il prospetto del Palazzo progettato da Guido PellizzariLuis Plattner e Francesco Rossi, a raccontare la trionfale ascesa del Fascismo attraverso le sue tappe cruciali, dalla vittoria della Prima Guerra Mondiale fino alla Marcia su Roma. Al centro spicca la figura di Mussolini a cavallo, il braccio teso e il piglio imperiale, con una scritta a caratteri cubitali scolpita in basso: “Credere, Obbedire, Combattere”. Il Fascismo in tre parole grevi.

DISTRUGGERE O CONSERVARE? IL PESO DELLA STORIA

Per anni si è discusso di quel monumento. Aulico, altisonante, celebrativo, smaccatamente fascista. Un’ode monumentale in pieno centro, che tra la possanza delle figure e la pienezza delle parole mantiene viva l’ombra di un passato finito nel sangue e infuocato dal conflitto. Che farne? Distruggerlo, rimuoverlo, abolirlo, in spregio di qualunque etica della conservazione e della tutela storico-artistica? Soluzione radicale, decisamente non praticabile. Eppure il dubbio non è tramontato mai. Tantomeno oggi, all’indomani dell’approvazione della discussa legge Fiano, che – non senza qualche eccesso di retorica – rafforza l’azione punitiva nei confronti di chi propaganda idee e immagini fasciste, fosse pure vendendo un gadget o scrivendo in Rete una frase. E se ne parla in un momento in cui l’avanzata di nuovi fascismi è una preoccupante faccenda di respiro europeo, insieme a quel fiorire antistorico di razzismi virulenti, intolleranze varie, aggressività rideste. E intanto, da un capo all’altro del mondo, monta un dibattito sui simboli dell’odio e dei regimi passati, ancora invadenti: dagli scontri sanguinosi di Charlottesville, in cui i neonazisti del Ku-Klux Clan reagivano con violenza alla rimozione della statua del generale sudista e schiavista Robert Lee, alle polemiche esplose di recente sul New Yorker, proprio in relazione ai palazzi e i monumenti del Ventennio, che in Italia – secondo la professoressa Ruth Ben Ghiat – rappresenterebbero un perdurare inspiegabile di memorie feroci, altrove cancellate senza pietà: qualcosa con cui gli italiani, intimamente di destra, convivrebbero in “tranquillità”.

BOLZANO, NUOVA VESTE PER IL FREGIO DELLA DISCORDIA

Ed ecco che Bolzano risponde con una proposta concreta. Anche in questo caso – come 80 anni fa – all’origine c’è un concorso di idee per artisti e progettisti. La sfida: depotenziare quell’imbarazzante fregio, senza distruggerlo, senza abolirlo. Semplicemente trasformandolo. Mediazione politicamente corretta, che dovrebbe soddisfare conservatori e progressisti, difensori della memoria tout court e vendicatori radicali. Le polemiche, invece, non sono mancate.
Vincitori sono Arnold Holzknecht Michele Bernardi, grazie a una semplice operazione di rigenerazione. Un intervento minimale, un capovolgimento forte, una sovrapposizione che mette in crisi, non cancellando ma risignificando: la scritta luminosa trilingue ”Nessuno ha il diritto di obbedire”, posizionata davanti all’opera in questo inizio di novembre, la pronunciò in un’intervista Hannah Arendt, filosofa tedesca, cittadina americana, ebrea, allieva di Karl Jaspers, tra le maggiori studiose del totalitarismo e oppositrice del regime nazista. Nessuno ha il diritto di obbedire, ovvero: tutti hanno il dovere di disobbedire. Che scritto in capo a Mussolini è una dichiarazione di guerra a tutti i tiranni, di ieri e di domani.

Una buona soluzione? Interessante, nel suo tentativo di conciliazione che preserva e riscrive, con l’intrigante dialettica tra il visivo e il verbale, la parola e l’icona. L’opera ha una sua misura, una sua fascinazione. Persino una sua dose di coraggio. Ma il retrogusto di una censura gentile resta; e lascia sospeso più di qualche dubbio, soprattutto nell’ipotesi di una presenza permanente. Si tratta di una rimozione a metà, uno spazzar via senza troppo clamore. Ed è l’urgenza di negare, di sovrapporre un’altra voce – giusta per quanto sia –quando invece il passato appare come un’immensa architettura di pieghe e di livelli, di dettagli controversi e di strade che s’intrecciano, s’annullano, si fanno labirinto.
Appiccicarvi un pensiero, seppur alto e monumentale, problematizza oppure semplifica? Si depotenzia così il fastidioso monumento o il passo stesso della storia? E non è forse, a pensarci bene, un’ammissione di fragilità, di debolezza, che finisce con l’esaltare il feticcio da silenziare? Abbiamo ancora bisogno, dopo un secolo da quella vicenda dolorosa, di seppellirne i resti e i segni? E non è la sacrosanta lotta contro il peggiore esprit fascista, repressivo e illiberale, un fatto di cultura, di responsabilità politica, di profonda (e difficile) trasformazione sociale, piuttosto che di coperture, cancellazioni, demolizioni? Domande lecite, che l’opera di Bolzano ha certo il merito di stimolare.
Il punto è che la memoria è un fatto sacro, tragicamente denso, identitario eppure aperto. Ed è segnata da macigni e pause di meditazione, da bellezza e orrore, da scritture e immagini simboliche. Le andrebbero allora lasciati il tempo e lo spazio del sedimento, della trasformazione, della testimonianza. Con tutta la scomodità che a volte ne viene. L’imponente bassorilievo di Hans Piffrader racconta mille cose, e le racconta – pur non essendo un capolavoro – con la finezza e la passione del gesto creativo. Cose che ancora oggi invitano alla riflessione. Non più propaganda, ma documento. Un corpus che il presente ha il dovere di interrogare e di guardare in faccia, continuando a farsi storia, a prendersi il carico, a trascinare in avanti l’eco dei fatti, la fatica delle analisi, l’esercizio della resistenza.

– Helga Marsala

 

fonte: http://www.artribune.com/progettazione/architettura/2017/11/fascismo-monumenti-abbattere-no-coprire-si-arte-contemporanea-depotenzia-il-bassorilievo-del-duce-a-bolzano/

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