Pubblicato il: 4 novembre 2017 alle 1:50 pm

La demonizzazione del fascismo

“Fatta l’Italia ora bisogna pensare a fare gli Italiani”. Questa celebre frase di Massimo D’Azeglio riassume il faticoso cammino del risorgimento e della riunificazione dell’Italia. Un cammino che fra luci e ombre sembrava arrivato a compimento nel primo decennio del secolo scorso allorché la Grande Guerra vi irruppe in modo devastante interrompendolo bruscamente e disarticolando le strutture dello Stato. Protagonisti, più o meno consapevoli, dell’attacco alle istituzioni furono la Chiesa e la sinistra, che insieme si adoperarono per demolirle moralmente e fisicamente. Mentre negli altri Paesi vescovi e dirigenti socialisti rinunciavano alla fratellanza universale e all’internazionalismo proletario per stringersi intorno alla nazione, in Italia il neutralismo e il pacifismo cattolico e socialista minavano la coscienza nazionale, incoraggiavano la diserzione e la fuga davanti al nemico, il sabotaggio e il disfattismo. Dopo la guerra, sulla scia delle agitazioni che l’avevano preceduta e esaltata dal successo dei bolscevichi in Russia, la sinistra si illuse di poter conquistare il potere col voto elettorale, con la mobilitazione delle piazze e con la paralisi dell’economia ma ottenne l’unico risultato di mettere in ginocchio il Paese, disorientare l’opinione pubblica, allarmare gli industriali, umiliare le forze armate. Crollando lo Stato la società civile vide crescere al suo interno formazioni armate di socialisti, anarchici, sindacalisti contrapposte ad altre formazioni armate di ex combattenti, arditi, nazionalisti, dannunziani. Finì per affidarsi all’ultimo ma più agguerrito e organizzato fra i movimenti che essa stessa aveva espresso per la propria difesa, i fasci di azione rivoluzionaria sorti all’ombra del quotidiano fondato e diretto da Benito Mussolini, già leader dei socialisti interventisti. Questi si mostrarono capaci di porre fine all’attività e alla propaganda sovversive, di raccogliere l’eredità della vittoria, di imporre l’italianità in Alto Adige, di sopperire all’assenza delle istituzioni e di sostituire uno Stato in frantumi con l’embrione di un nuovo modello di Stato. Quando ormai il fascismo da movimento era diventato partito e da partito esercito in armi, con una propria gerarchia e una ferrea disciplina interna, Mussolini con impressionante lucidità dichiarò che in un Paese normale non si sarebbe tollerata l’esistenza di un’organizzazione armata e che il fatto stesso che una tale organizzazione non solo ci fosse ma se ne riconoscesse di fatto la necessità era la dimostrazione che era nato un nuovo Stato all’interno del vecchio. La marcia su Roma e l’incarico conferitogli dal re furono solo il riconoscimento formale e il suggello di una realtà che era ormai nei fatti e sotto gli occhi di tutti.

 

 

Il terribile dopoguerra

 

Il Corriere della Sera del 24 giugno 1920, sotto il titolo Conflitti e tumulti a Milano riportava la cronaca di quello che era accaduto il giorno prima, quando gruppi di teppisti, anarchici e sindacalisti, dopo aver compiuto scorrerie e saccheggi per le vie di Milano avevano iniziato la caccia agli uomini in divisa conclusa col linciaggio in piazzale Loreto del vicebrigadiere Giuseppe Ugolini. Non si trattava di un episodio isolato ma dell’ultimo di una serie iniziata alla vigilia della guerra e destinata a protrarsi per quasi un decennio. Nel terribile dopoguerra l’entusiasmo per la vittoria era stato soffocato dalle contestazioni, dagli scioperi, dalle continue sparatorie, dagli agguati, in un clima di insicurezza e anomia che si riacutizzò proprio in occasione delle celebrazioni del primo anniversario, il 4 novembre 1919. Violenze e disordini di varia matrice ma con in testa i socialisti, che, come Giano bifronte, si presentavano come opposizione parlamentare in predicato di diventare forza di governo e come movimento eversivo con tanto di squadre armate e un programma rivoluzionario fumoso e velleitario. Ma da quando, dopo il colpo di Stato in Russia passato alla storia come rivoluzione di Ottobre, vi si era innestato l’elemento catalizzatore bolscevico, l’eversione, rimasta fino allora senza un obiettivo definito e praticamente fine a se stessa, si era trasformata in concreto progetto rivoluzionario con un simbolo unificante, la falce e il martello, un modello da imitare e un profeta da seguire: Lenin. Così il calderone della protesta, che era stato alimentato dal disagio sociale e dai mai sopiti conflitti che avevano preceduto l’intervento in guerra, finì per assumere una connotazione precisa: quella di una minoranza violenta di sovversivi e bolscevichi, nemici dichiarati della patria, dell’esercito e delle istituzioni, coi quali, a torto o ragione, venivano identificati tutti i “rossi” con i loro covi: camere del lavoro, case del popolo, circoli anarchici, sedi di partito e cooperative. Contro di essi si organizzavano gruppi di ex combattenti, arditi, nazionalisti, dannunziani e, buoni ultimi, i fasci di azione rivoluzionaria gemmati dal socialismo interventista. Una storiografia interessata ha inventato una lotta di classe che non ci fu per coprire il fine vero dell’accozzaglia sovversiva: la distruzione della nazione favorita dall’incredibile impotenza delle istituzioni. Il Paese era ostaggio del gruppo dirigente borghese di un partito che si proclamava proletario e agitava la minaccia di una rivoluzione che fingeva di organizzare soffiando sul fuoco del malessere sociale mentre premeva sul governo e sulla monarchia presentandosi con una funzione di pompiere e di mediatore. In realtà l’aspetto sociale, se così si può chiamare, delle rivendicazioni socialiste si esauriva nello sfondare le saracinesche e saccheggiare i negozi, nel togliere il portafoglio ai morti ammazzati, nell’infierire contro il figlio di un piccolo industriale di provincia linciato e buttato nell’Arno. La stessa occupazione delle fabbriche fu organizzata dai vertici sindacali per rispondere alla serrata padronale ed era la caricatura di una rivolta sociale, della quale aveva solo il folklore, le parole d’ordine e la violenza omicida ma non aveva la testa.

 

Dal dannunzianesimo al fascismo

 

Un autentico programma di trasformazione dello Stato veniva invece realizzato a Fiume nel settembre 1919 dopo la marcia di Ronchi guidata da Gabriele D’Annunzio, che idealmente concludeva l’epopea garibaldina. E buona parte di ciò che viene attribuito al fascismo sotto il profilo delle rivendicazioni sociali, dell’anticlericalismo, dell’entusiasmo patriottico, dei gesti e dei simboli appartiene in realtà alla visione politica del Comandante. Quando il governo, inerte di fronte alle violenze dei rossi, incapace di reagire alla presenza di sovversivi nell’esercito stesso, incapace di reagire all’ammutinamento di un reparto di bersaglieri e all’assalto a un carcere con tanto di liberazione dei detenuti, il natale del 1920 prese a cannonate la volontà di Fiume di rimanere italiana, toccò al movimento di Mussolini raccoglierne l’eredità e prendere il posto del poeta-vate. Ma dal suo progetto rivoluzionario scomparve la repubblica e non rimase una parola sulla presenza ingombrante del papa in Italia e con questa il riconoscimento dell’indissolubilità del matrimonio a giustificare quella triade dio-patria-famiglia che imprimeva una sterzata moderata e conservatrice e spazzava via il vento del futurismo e gli spiriti libertari dell’esperienza dannunziana; di quel programma rimanevano lo stato sociale, il patriottismo in versione neoclassica, la conciliazione fra capitale e lavoro, il principio di una tassazione fortemente progressiva, quello che ora tutti vorrebbero liquidare in nome dell’idea sinistra, sinistra in tutti i sensi, che per l’economia è meglio togliere poco alla massa di chi ha poco che molto alla minoranza di chi ha molto. Al fascismo rimase soprattutto la vocazione antibolscevica, che lo espose a trasformarsi in partito dell’ordine, mentre il pragmatismo di Mussolini fece il resto dando vita a un regime diarchico, con una sovrapposizione di istituzioni che paradossalmente rafforzava l’autorità del re, il mantenimento della struttura liberale con un decisivo correttivo sociale e una dichiarata insofferenza nei confronti della democrazia partitocratica e un atteggiamento ambiguo e contraddittorio nei confronti del militarismo. Questo è stato il regime fascista mussoliniano.

 

Il mistero gaudioso di che cosa sia il fascismo per gli antifascisti

 

Detto questo rimane il mistero di cosa intendano per fascismo gli antifascisti. L’assassinio di Matteotti, che rischiò di far perdere in un giorno a Mussolini quello che aveva guadagnato nel lavoro di anni? L’assassinio in Francia dei fratelli Rosselli, maturato nell’ambiente torbido del fuoriuscitismo e ai quali nemmeno per scherzo si può attribuire il ruolo di minaccia per il regime? L’aver imposto lo scioglimento dei partiti politici quando era evidente che attraverso i partiti l’eversione socialista e comunista aveva minato le basi dello Stato? Quando la storia ha ampiamente dimostrato che i partiti non sono lo strumento della democrazia ma ne segnano la fine, quando è dimostrato che i politici di mestiere non rappresentano il popolo ma i propri interessi e quelli dei loro patroni? La democrazia, che i compagni danno ad intendere che sia cosa realizzata e valore da difendere, è in realtà un problema, un’aspirazione, un obiettivo, un rompicapo ben lungi dall’essere non dico risolto ma neppure affrontato. Ma il fascismo, si dice, è la negazione della libertà. Questa affermazione, se riferita ad una presunta ideologia fascista, è una sciocchezza per il motivo banale che non esisteva una ideologia fascista; il fascismo è nato come movimento di difesa dal bolscevismo e nei proponimenti dei fasci precedenti il regime niente giustifica una limitazione della libertà personale. La svolta autoritaria successiva alle elezioni del 1924 è in larga parte imputabile all’arroccamento delle opposizioni, alla ripresa delle violenze, alla necessità di imporre il rispetto del diritto alle frange estreme dello squadrismo ed è una conseguenza non prevista dello stesso travolgente consenso sulla figura del Duce, rinforzato dall’unanimità degli apprezzamenti internazionali, compreso quello dell’Unione sovietica. D’altronde i provvedimenti miranti a impedire l’attività di gruppi sovversivi o gli attentati alla sicurezza dello Stato erano e sono comuni a tutte le democrazie occidentali, a cominciare dagli Stati Uniti. E i comunisti, con i loro alleati, erano chiaramente sovversivi e attentavano alla sicurezza dello Stato. Ma il fascismo era razzista e antisemita. È vero esattamente il contrario. Non c’è una parola contro gli ebrei nei proclami e nei manifesti dei fasci di combattimento, non c’è niente contro gli ebrei nell’attività del partito nazionale fascista e se c’era dell’antisemitismo in Italia questo andava cercato all’interno della Chiesa cattolica e nel popolino che ne subiva l’influenza. Le leggi razziali del ‘38, leggi infami s’intende, che escludevano gli ebrei dall’insegnamento, dall’esercito e, con molti distinguo, dalla pubblica amministrazione erano una concessione all’alleato tedesco che non suscitò in Italia una particolare emozione –  furono accolte con soddisfazione dai cattolici e senza un fiato dai fuoriusciti –  e il re le firmò senza esitazione. Del resto le discriminazioni per motivi religiose non erano una novità per l’Europa: si rifletta sullo status dei cattolici in Inghilterra fino all’inizio dello scorso secolo e sulle discriminazioni di cui sono stati oggetto per lungo tempo nella stessa patria della tolleranza, gli Stati Uniti. La discriminazione nei confronti degli ebrei è una conseguenza non del fascismo ma della realpolitik mussoliniana; nella repubblica di Salò la loro persecuzione va imputata all’alleato tedesco, il che, ovviamente, non assolve la connivenza italiana. Ma il fascismo come tale non c’entra niente e sarà bene ricordare che lo stesso regio decreto-legge n. 1728 del novembre 1938 escludeva dai provvedimenti gli ebrei iscritti al partito fascista fino al 1924 e i loro familiari e discendenti, oltre ai legionari e agli ex combattenti. E la stessa concezione della difesa della razza, era anche titolo di una rivista, non va ascritta al fascismo ma ai simpatizzanti per il nazional socialismo tedesco, imbevuto di antisemitismo come tutta l’Europa dell’est, compresa la cattolicissima Polonia; dell’idea di razza, tantomeno di quella suprema sciocchezza che è il concetto di razza ariana non c’è traccia nei fasci di combattimento, al cui interno la presenza di ebrei era tutt’altro che sporadica, nei proclami degli arditi, nei circoli futuristi, tanto meno in D’Annunzio. Il fascismo si rivolgeva alla nazione, non, come Hitler, alla razza. Quanto alla storia personale del Duce, è appena il caso di ricordare che la sua biografa ufficiale nonché amante era ebrea. Se poi vogliamo estendere il razzismo all’atteggiamento verso il mondo arabo e i musulmani, il regime si è distinto per aver massacrato in Libia le tribù ribelli senza perdere il consenso dei capi religiosi, che vedevano in Mussolini il difensore dell’islam. Incredibile. Fra tutti i regimi europei e occidentali l’unico che non può essere tacciato di razzismo è proprio quello fascista e mussoliniano, non perché gli italiani sono “brava gente” ma per una precisa politica culturale che intendeva porsi nel solco della tradizione romana. Le nostre truppe coloniali, a differenza di quelle francesi, non erano allettate dalla prospettiva del saccheggio ma erano attaccate alla bandiera. E, per concludere, non è un caso che l’unico politico italiano che professava apertamente l’antisemitismo, Giovanni Preziosi, era un prete spretato, che l’odio verso gli ebrei l’aveva respirato in seminario, non nelle Case del Fascio.

 

Per concludere

 

Negli anni delle violenze rosse i fascisti, gli ex combattenti, i legionari, gli studenti pagarono un terribile tributo di sangue, al quale reagirono dandosi un’organizzazione paramilitare e distruggendo sistematicamente case del popolo e sedi sindacali. Una spirale di violenza resa possibile dall’atteggiamento ambiguo dei governi e alla quale lo stesso Mussolini si adoperò di porre termine siglando un accordo di pacificazione con i socialisti. E fra quelli più restii a rispettarlo ci fu proprio quel Dino Grandi primo firmatario dell’ordine del giorno che segnò la fine del fascismo il 25 luglio del 1943. La violenza si autoalimenta, diventa un gioco perverso, libera la stupidità e la bestialità che è in ogni essere umano e non conosce colore politico o ideologie. Farla coincidere col fascismo è un’operazione ignobile e ipocrita. Il suo luogo naturale sono piuttosto le piazze aizzate dai compagni.

Il fascismo è stato il punto di arrivo della reazione della società civile all’attacco bolscevico alla nazione e alle istituzioni, condotta con gli stessi metodi dei fautori di quell’attacco. A me non piace la violenza, non perché io abbia un carattere particolarmente remissivo ma perché so che lo scontro fisico dà via libera agli psicopatici e alle peggiori canaglie. Ma se nell’anno del Signore 2017, come un secolo fa, le istituzioni non garantiscono libertà di associazione e di parola e tollerano che la legalità venga impunemente violata, se viene meno lo stato di diritto, si apre la porta al diritto naturale espresso dalla società civile che tutela se stessa e le proprie libertà. Che sia questo il fascismo? È notizia di pochi giorni fa che a Bologna il pullman itinerante delle associazioni in difesa della famiglia che porta in giro per l’Italia la scritta “I bambini sono maschi e le bambine sono femmine” ha dovuto essere scortato dalla polizia per evitare che fosse attaccato da centri sociali, circoli Arci, Cgil, femministe e studenti invasati. A Bologna sono recidivi e del resto quella è la città della mobilitazione sindacale che il 18 febbraio 1947 impedì al treno dei profughi istriani di sostare in stazione per rifornire di cibo e bevande quegli italiani cacciati dalle loro case. Ora i nipoti di quelli che presero a sassate il “treno dei fascisti” prendono a sassate il “pullman dei sessisti”. L’erbaccia che allora non venne estirpata ha continuato a crescere e riprodursi. Fino a quando? Non ci vorrebbe una risposta? Ed è fascismo pretenderla?

 

Ci hanno costretto a guardare alla nostra storia recente e al fascismo con gli occhi dei sovversivi che volevano distruggere la Nazione, sovversivi che i fascisti avevano sconfitto e annientato, e con quelli degli americani che per pulirsi la coscienza dalla macchia di una guerra vinta col terrorismo aereo e lo sterminio di massa hanno inventato uno scontro di civiltà, il Bene contro il Male, la civiltà contro la barbarie, il mondo libero contro il fascismo. Una deformazione grottesca della realtà e delle proporzioni, che ha finito paradossalmente per ingigantire, sia pure negativamente, la portata storica del fascismo, sottratto alla storia e proiettato in una metastoria di archetipi assolutizzati. Una deformazione grottesca che il tempo non ha illanguidito ma rafforzato, fino al punto che un popolare quotidiano americano si chiede come mai in Italia restano ancora testimonianze del ventennio mussoliniano. Ovviamente i compagni in Italia approvano compiaciuti. E noi dovremmo prendere sul serio lo sdegno dell’americano medio, e dei compagni di casa nostra, per i talebani che distruggono un rozzo megalite raffigurante il budda o i combattenti dell’isis che fanno lo stesso coi simboli della cristianità. L’imbecillità umana non conosce confini, né razziali né culturali e sotto la patina dell’occidente illuminato vivono e vegetano l’ottusità e il fanatismo. Una democrazia autentica e matura non ha paura dei segni del passato, non coltiva tabù, non è terrorizzata dai fasci littori o dalle svastiche ma è capace di guardarli spassionatamente e li mantiene tranquillamente nelle piazze e nei monumenti delle proprie città. Se i compagni avessero mantenuto i loro vecchi simboli a me, che detesto il comunismo, non avrebbero dato fastidio le falci e i martelli davanti a quelle che erano la sede del partito ma il partito: sparito quello, la falce e il martello possono restare tranquillamente, tornano ad essere gli strumenti dell’operosità umana e della sacralità del lavoro e la loro permanenza come simbolo di un’ideologia esecrabile sarebbe comunque accompagnata dalla soddisfazione di sapere che appartiene al passato. Il problema è che il nome e i simboli dei compagni sono scomparsi ma il partito no. Tutto qui.

 

PIER FRANCO LISORINI

2 Risposte for “La demonizzazione del fascismo”

  1. Alexandre Zovico ha detto:

    Molto bene scritto, Pier Franco! con ricchezza di informazioni, essendo essenziale per capire il presente ed provare di cambiare il futuro,
    è il tipo di conoscenza che vogliono cancellare della storia.

  2. ALESSANDRA ha detto:

    Sono perfettamente d’accordo. Prima o poi bisognerà ambiare prospettiva.

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