Pubblicato il: 21 ottobre 2017 alle 3:50 pm

Il governo teme l’effetto Le Pen alle prossime elezioni e blocca lo scandalo dell’Ilva

TARANTO – Il Jobs Act distrugge il lavoro: ora anche il governo Gentiloni, diretta emanazione della segreteria del Partito Democratico, ne prende atto.
Probabilmente costretto dalle prossime elezioni che si terranno in primavera.
La vicenda dell’Ilva di Taranto, spiegata in sintesi, è questa: quattordicimila operai che vengono licenziati in blocco, ne vengono riassunti diecimila e tutto costoro perdono il vecchio contratto di lavoro, l’anzianità di servizio, e ricevono in dono il Jobs Act: che ovviamente li pone al livello zero della precarietà, trasformandoli, magari dopo decenni di altoforno in baldi giovanotti che devono dimostrare la loro dedizione, la loro professionalità, e magari anche la loro prestanza fisica.

Come ai tempi della Manchester ottocentesca
I peggiori incubi della riforma del lavoro renziana, ovvero la regressione al tempo di Dickens – tardo ottocento, fabbriche infernali, lavoro come strumento di sopravvivenza  e non di progresso – si stanno avverando.
Il compendio oscuro che spiega perché la crisi perduri, nonostante il dati relativi all’occupazione in aumento, allunga le sue ombre sull’Italia. Era fin troppo chiaro dal principio che il Jobs Act altro non era che uno strumento per abbassare il costo del lavoro, il cui obbiettivo finale è quello di avere in Italia stipendi in linea con quelli dell’est Europa. La scarsa propensione al consumo, la stagnazione unita a deflazione: questi sono i risultati per la competizione globale attraverso il costo del lavoro. Il tutto, ovviamente, per attrarre gli investitori che, come nel caso dell’Ilva ovviamente non si lasciano scappare l’occasione. La Mittal è un multinazionale globale, presente nel settore dell’acciaio, nata dalla fusione di due tra le più grandi aziende del settore, la Arcelor e la Mittal Steel Company, avvenuta nel 2006. Il quartier generale si trova nella capitale del Lussemburgo. Altro scandalo, perché si tratta del solito paradiso fiscale all’interno dell’Unione Europea. Oltre ad essere il più grande produttore d’acciaio, è anche attivo nel mercato della fornitura di acciaio per l’industria automobilistica e per i settori delle costruzioni, degli elettrodomestici e degli imballaggi.
La multinazionale di proprietà di un multimiliardario di origine indiana, ha colto al volo l’occasione che veniva gentilmente offerta, ed è comprensibile lo sconcerto per lo stop del governo, nella persona del sottosegretario Calenda  che si è scoperto a pochi mesi dalle elezioni sindacalista di estrema sinistra. La Mittal ha semplicemente fatto sua la normativa che Matteo Renzi, il governo, buona parte del sindacato, ovviamente Confindustria, celebrano come grande strumento occupazionale. Perché non avrebbe dovuto?

Vive la France
“Abbiamo incontrato con il viceministro Bellanova l’azienda e abbiamo comunicato che l’apertura del tavolo in questi termini è irricevibile”, ha detto il ministro Calenda, “soprattutto per quanto concerne gli impegni sui livelli di stipendio e inquadramento (dei lavoratori) su cui c’era l’impegno dell’azienda a rispettare l’attuale situazione”.
L’Italia si trova in questa sconcertante condizione: ha un governo che crea delle leggi e poi si oppone.
Nel giorno in cui la Cgil invita Gentiloni a «fare come Macron», quest’ultimo così spiega la sua vicinanza al mondo del lavoro parlando degli operai francesi che protestano: «invece di piantare casino dovrebbero cercarsi un lavoro». Ma, sostengono i sindacalisti, Gentiloni dovrebbe far entrare la Cassa Depositi e Prestiti «come garante, anche a tempo». In realtà, se si vuole prendere come esempio Macron e la vicenda dei cantieri navali di Saint Nazaire, la situazione è ben diversa: il Presidente francese non ha fatto entrare una banca pubblica – Cassa Depositi e Prestiti lo è solo in parte, tra l’altro – nel capitale dei cantieri: li ha nazionalizzati tout court. Anzi, ha di fatto espropriato la Fincantieri del 16% del suo pacchetto azionario.

Elezioni annuali, unica speranza
Fortunatamente le elezioni sono vicine, e quindi il governo sta tentando di evitare una figuraccia. Per avere un po’ di giustizia in Italia le elezioni politiche dovrebbero essere annuali, come il campionato di calcio: una provocazione, ma la recente accoppiata manovra economica in deficit – stop alle condizioni di lavoro imposte alle maestranze dell’Ilva sono, al di là di ogni ragionevole dubbio, scaturenti dalle condizioni politiche.
Il timore che il Partito Democratico possa essere affossato dal «principio Trump o Le Pen», ovvero che la classe operaia si butti a destra, dove in gran parte già si trova, oppure abbia un’emorragia di voti verso sinistra, improbabile dato che al momento i vari partitini stanno facendo una sgangherata gara per allearsi chi prima e chi dopo le elezioni con Renzi, ha portato il governo a bloccare la trattativa con Mittal e a fare la faccia feroce.
Quanto durerà questa condizione? E’ strutturale o congiunturale? Sicuramente in un altro momento, e in una altro contesto storico, il governo avrebbe costruito ponti d’oro per la Mittal e il loro piano.

 

 

fonte: https://www.diariodelweb.it/italia/articolo/?nid=20171010_454375

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