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“Non tornerò mai in Italia”. Faccia a faccia con Cesare Battisti

Lo ha chiamato per mezz’ora di fronte al cancello della casa di Cananéia, villaggio di pescatori a 250 chilometri da San Paolo, dove si è rifugiato. E poi lo ha atteso al varco sulla porta di un internet point, per poi strappargli un colloquio di fronte a una birra al bar Lanchonete do Miguel, sua seconda casa. Così, messo sulla strada giusta da fonti che gli avevano svelato il suo nuovo rifugio, il reporter de Il Giornale Paolo Manzo è riuscito a strappare un’intervista a Cesare Battisti, l’ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo che l’Italia – dove lo aspettano quattro condanne all’ergastolo per altrettanti omicidi compiuti durante gli “anni di piombo” – insegue invano da 36 anni.

“Non posso parlare, ordine dei miei legali”, esordisce Battisti di fronte al primo giornalista italiano a intervistarlo dopo l’arresto del 5 ottobre. Manzo lo tranquillizza ricordandogli che due anni prima, al centro sociale Mané Garrincha di San Paolo, avevano parlato a lungo durante la presentazione di, “O Cargueiro Sentimental”, ultimo libro del latitante, datosi alla scrittura nella sua seconda vita.

“Mi hanno voluto incastrare”

“Ma tu pensi che se avessi voluto andarmene sarei scappato da Corumbá? Non sono mica così stupido”, è la versione dei fatti di Battisti, “erano almeno quattro mesi che mi stavano dietro per organizzarmi questo trappolone, mi hanno voluto incastrare ma io non ho fatto un bel nulla e sono sicuro che con i documenti che ho appena mandato a San Paolo i miei avvocati riusciranno ad ottenere la nullità di questo nuovo processo in breve tempo”. Durante il colloquio gli arriva un messaggio su Whatsapp. È il suo avvocato che gli chiede i documenti originali: “Non posso uscire da Cananéia come mi ha intimato il giudice che mi ha liberato e, allora, tutti questi documenti servono perché – se il pubblico ministero mi vuole sentire – si organizzi qui l’udienza del tribunale, altrimenti come faccio?».

“Le Pen meglio di Macron”

“Chi ti ha teso il trappolone?”, gli domanda Manzo, suggerendogli che, a differenza di anni fa quando i servizi francesi gli diedero una mano, “ora Macron in cambio del 51% di Stx a Fincantieri potrebbe avergli tolto la protezione”. “Scusa, ma cos’è Finmeccanica?”, replica Battisti, mostrando quanto – nelle parole del reporter – “sia dissociato dall’Italia”. “Se in Francia invece di Macron vinceva la Le Pen era molto meglio, almeno ci sarebbe stato più confronto, avrebbero messo subito dei paletti allo smantellamento dello Stato sociale”, ribatte. E se il presidente brasiliano Temer avesse rinunciato a firmare l’estradizione perché messo sotto pressione, o ricattato, da un vecchio alleato? “Qui in Brasile ci saranno dieci parlamentari onesti in tutto, gli altri sono corrotti, meglio lasciare perdere”, risponde Battisti, “Lula? Sicuramente ha grane più grandi delle mie ma io devo al suo decreto, che dopo cinque anni non è più revocabile, se oggi sono un immigrato con visto permanente e con gli stessi diritti dei brasiliani e, dunque, libero di uscire ed entrare da questo Paese che mi protegge come e quando voglio”.

“Chavez mai piaciuto. E in Italia non tornerò mai”

Manzo gli domanda se ha mai pensato di lasciare il Brasile: “No, mai. E non solo non ho mai pensato di andarmene in Bolivia dove per me sarebbe la morte civile – senza quest’ultima carcerazione con tutte le perdite di tempo burocratiche avrei già consegnato il mio ultimo libro, che è praticamente finito – ma neanche il Venezuela, come forse pensano molti perché a me il chavismo sin dall’inizio non è mai piaciuto. In Italia comunque non tornerò mai“.

 

 

 

fonte: https://www.agi.it/estero/cesare_battisti_intervista-2241007/news/2017-10-11/

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