Pubblicato il: 12 agosto 2017 alle 8:30 am

Aprilia: Abusivismo e concorrenza sleale, così gli stranieri battono i commercianti italiani

  Lo stato di evidente disastro del commercio nella nostra città e la modifica estetica di intere zone della nostra città, sempre più somiglianti a un suk dove trovare un negozio italiano diventa difficile, è frutto soprattutto di poca informazione e scarsa volontà d’intervenire. La realtà cruda è fatta di negozi italiani costretti a chiudere mentre fioriscono attività commerciali di ogni tipo gestite da cittadini extracomunitari. Impossibile non accorgersi di questo dato di fatto. Tutto ciò si svolge alla luce del sole, e nella massima consapevolezza degli organi che dovrebbero combattere abusivismo e evasione fiscale, ma nulla viene fatto o quantomeno di questa “azione repressiva” non se ne percepiscono gli effetti. Basta girare come facciamo noi per il mercato settimanale per accorgersi dell’abusivismo ormai istituzionalizzato e non contrastato. La concorrenza sleale dei commercianti stranieri, si basa sull’utilizzo delle storture sia del sistema normativo che degli apparati di repressione. Gli stranieri sono debitamente informati di queste “possibilità”, dal passaparola all’interno delle loro comunità etniche, o da enti, associazioni o presunte tali gravitanti tutti nell’area della sinistra pro invasione, ed hanno ormai creato una sorta di “commercio parallelo” dove le regole non sono uguali per tutti. Quindi non è che gli stranieri siano più bravi, che lavorino più duramente o che facciano ciò che noi non vogliamo più fare, ma molto più semplicemente, adottano una condotta che a noi italiani non è possibile portare avanti, azzerando in pratica ogni possibilità di pagare tasse, multe e sostenere le spese necessarie al rispetto di codici e regolamenti sia in ambito sanitario che di lotta al lavoro nero. Questa è concorrenza sleale e chi lo nega è complice. Numerose inchieste giornalistiche hanno già messo in evidenza questo modo “alternativo” di fare impresa. Per la legge italiana a partire dall’apertura, il titolare ha tempo 18 mesi per regolarizzare la propria posizione davanti al fisco e questo intervallo di tempo viene sfruttato per non pagare assolutamente nulla e, poco prima della scadenza, chiudere l’azienda e riaprirla immediatamente sotto un nome diverso. Ciò senza sborsare un euro e lasciando un buco di tasse non pagate che chiaramente dovrà essere “riparato” da chi le tasse le paga. E tanti saluti alla fandonia che “ci pagano le pensioni”.  Ma non è tutto, infatti dietro il fenomeno dei market, delle frutterie extracomunitarie, dei lavaggi auto indiani, c’è anche la truffa sull’Iva agevolata. Molto spesso tali negozi vendono abusivamente anche altri generi alimentari tra cui alcoolici e lavorati in scatola o sfusi, in barba a qualsiasi controllo sanitario e di certificazione sulla tracciabilità. Oppure forniscono servizi o vendono merci fuori dalla categoria merceologica di riferimento. I dati di Confesercenti Roma ci dicono che è prassi consolidata per i gestori di tali negozi, battere scontrini con iva al 4% su prodotti dove l’imposta sarebbe al 22%, mettendosi in tasca direttamente la differenza.  A chi vorrebbe obiettare che tali comportamenti possono essere adottati anche dagli italiani e che non sono esclusiva prerogativa degli stranieri, rispondiamo che in pratica non è così. Infatti, presupposto essenziale per questa truffa è la completa mancanza di legami con il territorio, sia dal punto di vista sociale che finanziario infatti, basta essere proprietari di un immobile o altro per vedersi recapitati i verbali e le ingiunzioni delle varie Equitalia e similari. Mentre, coloro che sono gli intestatari di tanti di questi negozi sono completamente sconosciuti allo Stato e al fisco e spariscono senza lasciare ne tracce ne beni su cui rivalersi. Chi dovrebbe controllare nemmeno ci va più poiché non si riesce mai a trovare alcuno che paga. Mentre nei negozi italiani ci vanno poiché lì qualcuno che paga lo trovano di sicuro o al massimo gli si fa chiudere bottega. Come definire una situazione del genere se non utilizzando il termine di “razzismo anti italiano”?

 

Emanuele Campilongo

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