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30 Aprile 1945 – In ricordo di Osvaldo Valenti e Luisa Ferida

Valenti e Ferida 1Osvaldo Valenti nacque a Costantinopoli, il 17 febbraio del 1906 figlio di un commerciante di tappeti italiano originario della Sicilia e di una agiata libanese di origine greca. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale la famiglia fu costretta a lasciare la Turchia e si trasferì in Italia, prima a Bergamo, poi a Milano. Osvaldo Valenti dopo aver frequentato il Liceo di San Gallo e di Würzburg, in Svizzera, all’età di diciannove anni, si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza presso l’Università Cattolica di Milano, ma due anni più tardi abbandonò gli studi e l’Italia per andare a vivere prima a Parigi, poi a Berlino. In Germania interpretò, in un ruolo secondario, il suo primo film, “Rapsodia ungherese” del 1928 diretto da Hans Schwarz. Rientrato in Italia all’inizio degli anni trenta, fu notato prima da Mario Bonnard con cui girò “Cinque a zero” del 1932, poi da Amleto Palermi che lo diresse nella “La fortuna di Zanze” del 1933 e in “Creature della notte” del 1934. I ruoli interpretati non erano tuttavia di primo piano e l’attore stentava ad affermarsi presso il grande pubblico. L’incontro con il regista Alessandro Blasetti, che avvenne intorno alla metà degli anni trenta, fu determinante per la sua carriera artistica. Blasetti gli affidò un ruolo di un certo rilievo nella “Contessa di Parma” del 1937 cui fece seguito, a distanza di un anno, quello del capitano francese Guy de la Motte nel “Ettore Fieramosca” del 1938 che ne sancì l’affermazione presso critica e pubblico italiano. Alla fine degli anni trenta e all’inizio degli anni quaranta il regista romano si impose, insieme a Mario Camerini, come il massimo cineasta italiano del tempo e Osvaldo Valenti come uno degli attori più ricercati e pagati. Grazie anche alla direzione di Blasetti, l’attore raccolse altri tre successi come “Un’avventura di Salvator Rosa” del 1939, “La corona di ferro” del 1941 e “La cena delle beffe” del 1941.Osvaldo Valenti fu in quegli anni diretto, oltre che da Blasetti, anche da Goffredo Alessandrini, Carmine Gallone, Giovacchino Forzano, Mario Mattoli, Luigi Chiarini, Camillo Mastrocinque e altri noti registi del tempo tra cui Duilio Coletti e Piero Ballerini. Nell’estate del 1943 il crollo del fascismo e i primi bombardamenti aerei sulla Capitale interruppero l’attività cinematografica che fu ripresa qualche mese più tardi a Cinevillaggio, il neonato centro cinematografico della Repubblica Sociale Italiana di Venezia, in due stabilimenti allestiti con povertà di mezzi, subito dopo la costituzione della nuova Repubblica da parte di Benito Mussolini. Fra gli attori e registi che aderirono al nuovo Stato fascista, vi fu Osvaldo Valenti, che, accompagnato dalla sua compagna di vita e di lavoro, Luisa Ferida, si trasferì a Venezia per girare “Un fatto di cronaca” del 1944 diretto da Piero Ballerini. Fu il suo ultimo lungometraggio. Nella primavera del 1944 Osvaldo Valenti si arruolò con il grado di Tenente nella Decima Flottiglia Mas comandata dal Principe Junio Valerio Borghese e si trasferì a Milano con la moglie. Qui entrò in contatto con Pietro Koch, capo di una banda denominata “Squadra Speciale di Polizia Repubblicana”. Tratto in arresto nell’autunno del 1944, Pietro Koch fu rinchiuso a San Vittore con alcuni suoi complici. L’attore, Osvaldo Valenti, non figurava fra questi, anche se era stato visto talvolta aggirarsi nel loro Quartier Generale durante gli interrogatori. Luisa Ferida, nome d’arte Luisa Manfrini Farnè, nacque a Castel San Pietro Terme, in provincia di Bologna, il 18 marzo del 1914. Dopo alcune esperienze teatrali con le compagnie di Ruggero Ruggeri e Paola Borboni, esordì sul grande schermo con il film “Freccia d’oro” del 1935 diretto da Corrado D’Errico. Tra il 1937 ed il 1938 costituì una coppia di successo con Amedeo Nazzari, con il quale interpretò “La fossa degli angeli”, “I fratelli Castiglioni” e “Il conte di Brechard”. Quando fu richiesta da Alessandro Blasetti per il film “Un’avventura di Salvator Rosa” del 1939, era già una giovane attrice conosciuta ed apprezzata, ormai pronta per il salto di qualità. In “Un’avventura di Salvator Rosa” interpretò il ruolo della contadina Lucrezia, ponendosi all’attenzione della critica e del grande pubblico. Il film di Blasetti la proiettò rapidamente verso un orizzonte divistico di rilievo, permettendole di mettere in evidenza il suo temperamento grintoso e la sua recitazione asciutta e nervosa. L’incontro con Osvaldo Valenti, cui si legò sentimentalmente, sul set di questo film coincise con il periodo di maggior successo della sua carriera. I registi più popolari dell’epoca iniziarono a offrirle ruoli di sempre maggiore importanza. Negli ultimi anni della sua carriera, Luisa Ferida venne valutata attrice di grande sensibilità interpretativa e di notevole maturità espressiva, come notò l’attrice Elsa De Giorgi durante la lavorazione del film “La locandiera” del 1944 diretto da Luigi Chiarini. Altre sue interpretazioni nei film “La corona di ferro” del 1941 diretto da Blasetti, “Fedora” del 1942 diretto da Camillo Mastrocinque, “Fari nella nebbia” del 1942 diretto da Gianni Franciolini, per il quale fu premiata come miglior attrice italiana del 1942, “Gelosia” del 1942 diretto da Ferdinando Maria Poggioli e “La bella addormentata” del 1942 diretto da Luigi Chiarini. Nei giorni successivi alla liberazione di Milano, il 20 aprile del 1945, Osvaldo Valenti si consegnò spontaneamente ad alcuni membri della Divisione Partigiana Pasubio confidando di poter avviare delle trattative. Fu poi raggiunto anche da Luisa Ferida. Da quel momento in poi furono numerose volte trasferiti in diverse prigioni segrete finché fu decisa per loro la pena di morte. Il Capo della Divisione Partigiana, Giuseppe Marozin, dichiarò nel corso del procedimento penale, che l’attrice “non aveva fatto niente, ma si trattava sempre della moglie di Osvaldo Valenti”. Inoltre, sempre Giuseppe Marozin, affermò anche che l’ordine di effettuare l’esecuzione venne direttamente dal Comitato di Liberazione Nazionale nella persona di Sandro Pertini. Il futuro Presidente della Repubblica si rifiutò di leggere il memoriale difensivo che Osvaldo Valenti aveva scritto durante i giorni di prigionia, nel quale erano contenuti i nomi dei testimoni che potevano scagionare i due attori da ogni accusa. Furono quindi accusati entrambi di crimini di guerra e di collaborazionismo. Già il 28 aprile fu pubblicata la notizia dell’avvenuta fucilazione. In realtà i due attori erano ancora vivi, anche perché vennero processati e condannati a morte solo il 29 aprile, nonostante l’opposizione di alcuni partigiani del Comitato di Liberazione. Dopo essergli stati sottratti i gioielli e il denaro che portavano con loro, la sentenza fu eseguita. Osvaldo Valenti, trentanove anni, e Luisa Ferida, trent’uno in evidente stato di gravidanza, furono uccisi con una raffica di mitra in via Poliziano a Milano. Era la notte tra il 29 e il 30 aprile del 1945. Negli anni cinquanta la madre dell’attrice fece domanda al Ministero del Tesoro per ottenere una pensione di guerra, essendo la figlia la sua unica fonte di sostentamento. Si rese necessaria, pertanto, una accurata inchiesta da parte dei Carabinieri di Milano per accertare le reali responsabilità di Luisa Ferida, al termine della quale si concluse che “dopo l’8 settembre del 1943 si era mantenuta estranea alle vicende politiche e non si era macchiata di atti di terrorismo e di violenza a danno della popolazione italiana e del movimento partigiano”. Al termine di tale inchiesta, la madre di Luisa Ferida ottenne la pensione di guerra comprensiva di arretrati.

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Un commento

  • Nath

    E Allida Vali non è Luisa Ferida nella foto a destra.

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