Il 18 agosto ricorre l’anniversario della nascita di un importante e, al contempo, sfortunato gerarca del fascismo ed uomo politico italiano la cui vita e morte hanno tutti i connotati di una Tragedia Greca che è doveroso raccontare: Achille Starace.
Nato da una famiglia pugliese importante e ricca (il padre commerciava vino ed olio d’oliva, la madre era nobile), rinunciò agli studi a Venezia per intraprendere la carriera militare: partecipò con coraggio alla Prima Guerra Mondiale, dove divenne ufficiale dei bersaglieri ed ottenne due croci al valor militare, oltre a numerosi riconoscimenti anche dall’esercito francese. Si sposò presto, lasciando la moglie sempre a Gallipoli. Nel primo dopoguerra divenne un fedelissimo di Benito Mussolini, e nel tempo Starace fu fondatore del Fascio di Trento nel 1920, vicesegretario del Partito Nazionale Fascista nel 1921, ispettore per la Sicilia nel 1922 e deputato nel 1924. Nel 1935 partecipò come volontario alla guerra d’Etiopia, sulla cui esperienza pubblicò due anni dopo il libro “La marcia su Gondar“.
Fu anche presidente del Comitato Olimpico Nazionale Italiano, dal 1933 al 1939. La sua fedele riconoscenza nei confronti di Mussolini, gli consentì di fare carriera: ancora vicesegretario nel 1926, dal 1931 al 1939 si impose come segretario nazionale del partito fascista.
In questa veste operò per diffondere una capillare presenza del partito nella vita della società, coinvolgendo nella fascistizzazione le masse, in organizzazioni ed in manifestazioni che includevano ed inquadravano “fascistamente” i cittadini, dalla scuola elementare all’università, al dopo lavoro. Volute con convinzione da Starace, furono infatti rese obbligatorie alcune forme con le quali il fascismo (o almeno Starace) si proponeva di caratterizzare la vita pubblica degli italiani.
Una delle più note è la sostituzione della stretta di mano (considerata una “mollezza” anglosassone) col saluto romano, codificato fin nell’angolatura del braccio teso, che doveva ergersi ad un certo numero di gradi dal busto, con le dita della mano aperta unite.
Seguirono l’uso del più virile “voi” al posto del “lei” nella lingua parlata e scritta, l’obbligo di partecipare a cerimoniali coreografici di massa, l’obbligatorietà dell’uso della divisa al sabato e alle feste e l’obbligo di dedicare la giornata del sabato, il “sabato fascista”, ad esercizi di virilità e coraggio, consistenti per i gerarchi nel gettarsi, quand’anche obesi, nel cerchio di fuoco ed in altre prove ginnico – coreografiche.
Stabilì le articolate forme del collettivo “saluto al Duce” e prescrisse che la parola “Duce” si dovesse scrivere con tutte le lettere maiuscole. Più ancora, suggerì di decorare le facciate libere delle case con scritte riproducenti motti, slogan o il nome del Duce. Con la fase dell’autarchia, Starace poté dare il “meglio” di sé nell’escogitare accorgimenti che consentissero agli italiani di vivere “in italiano”, fascistamente. Nulla poteva essere importato dall’estero e Starace sviluppò il progetto (già abbozzato da altri) di imporre l’uso dell’orbace, una lana grezza e assai resistente prodotta in Sardegna, al posto dei tessuti tradizionali. Di orbace furono le uniformi militari della Milizia. Sostantivi italiani rimpiazzarono inoltre i correnti corrispondenti stranieri, imponendosi ad esempio l’uso di “mescita” per il bar, di “coda di gallo” per il coktail, di “pallacorda” per il tennis ed altre studiate parole nazionali allontanarono quelle straniere. Nel suo cammino all’interno del partito, la conquista della “poltrona” di segretario del partito, la più alta fra quelle lasciate libere dalla necessaria riserva a Mussolini, somiglia ad una conquista militare che ottenne lasciando dietro di sé molti gerarchi, infatti, il Duce scommettendo sulla sua devozione gli affidò ruoli di crescente importanza come la costituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale; di questa Starace sarebbe divenuto Luogotenente Generale. Starace si occupò dell’inquadramento delle leve giovanili, inventando la Gioventù Italiana del Littorio intorno alla quale si stringevano (o co-stringevano) i Figli della Lupa e le Giovani Italiane. Achille Starace tra il 1939 e il 1941 diresse la Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (o MVSN), si dichiarò favorevole all’alleanza tra la Germania di Adolf Hitler e l’Italia e d’accordo con l’entrata di quest’ultima nella Seconda Guerra Mondiale. In divisa da Miliziano andò per suo conto a combattere sul fronte albanese, dove nel 1941 fu ferito. Il rimpatrio coincise con le dimissioni dalle cariche, comunicategli da Mussolini per lettera.
L’estromissione dalle cariche pubbliche, sua fonte di reddito, lo ridussero praticamente alla miseria, sopportata con dignità ma alquanto dura, non avendo Starace profittato della sua posizione per arricchimenti personali. Dopo l’8 settembre 1943 aderì alla Repubblica Sociale Italiana, anche nella quale, tuttavia, continuò ad essere emarginato da ogni incarico politico di rilievo. Starace restò quindi solo e privo di entrate, nel suo modesto appartamento di Milano, sostenuto a distanza dalla figlia e ridotto a coltivarsi un piccolo orto per mangiare.
Nell’aprile del 1945, la sua vita finì drammaticamente insieme al “suo” Duce ed al “suo” fascismo, ai quali aveva giurato fedeltà, pur essendo stato emarginato da tutti gli incarichi politici e non avendo più avuto modo di incontrare il Duce: la mattina di piazzale Loreto, uscì come tutti i giorni per il suo consueto footing, forse ignaro dei tragici avvenimenti di quelle ore o forse, la spiegazione più probabile, credeva che l’essere stato allontanato da ogni incarico di potere e l’essere stato emarginato dal vertice del Partito potevano oramai farlo passare inosservato se non dimenticato. Invece, fu riconosciuto da alcuni partigiani che, quasi increduli, lo catturarono e lo condussero presso il Politecnico, dove fu sommariamente processato. Nella tarda mattinata del 29 aprile Starace è portato con un camioncino dai partigiani a Piazzale Loreto dinanzi all’esposizione dei cadaveri di Mussolini, Claretta e gli uccisi a Dongo. E’ frastornato dagli ordini che gli danno i partigiani. Gli chiedono di fare il saluto fascista e lui lo fa. I minuti passano. Un partigiano che gli è accanto gli dà continui spintoni. “Fate presto! invece di picchiare ed insultare un uomo che state per fucilare!” dice.
Il capitano Marino, comandante della 116° Brigata Garibaldi, che guida il plotone di esecuzione che dovrebbe eseguire la condanna lo fa disporre con la faccia al muro per sparargli alle spalle. Ma mette troppo tempo. “Fate presto!” mormora Achille, fronte al muro. Angelo Galbiati, il nome vero del capitano Marino, dà l’ordine di “fuoco!”
“Viva il Duce!” grida Achille Starace mentre cade sotto il crepitio dei colpi.
Il suo cadavere fu esposto insieme a quello di Mussolini.
Prof. Pietro Roccaro
Responsabile Provinciale
Dipartimento Scuola e Cultura
Federazione Provinciale Siracusa
MSI – Fiamma Tricolore
Quest’uomo e’ tuttora svillaneggiato dagli storici, ma rifulge di onesta rispetto ai pidocchi di oggi. Anche nelle decisioni piu curiose, starace ebbe come obiettivo la costruzione di un’identità nazionale che oggi non abbiamo più