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Tesori Msi, Assunta Almirante ammette: «Fini è una mia colpa. Giorgio voleva Trantino»

venerdì, settembre 10th, 2010

giorgio_almirante-3ROMA – «Altro che Fini, a mio marito Giorgio furono donati 22 appartamenti, ma tutti andarono direttamente al Movimento Sociale Italiano». Lo dice Assunta Almirante, per 44 anni moglie del fondatore del Msi, in un’intervista che il settimanale Panorama pubblica sul numero in edicola da questa mattina.

Donna Assunta aggiunge: »mio marito si è sempre limitato a chiamare un notaio e fare un passaggio di proprietà da se stesso al partito, e i soldi di eventuali vendite li incassava l’amministratore del partito stesso». Inoltre la vedova del fondatore del Movimento sociale rivela che Almirante «non aveva intenzione di nominare Gianfranco Fini segretario del partito: la sua intenzione era, cosa che sanno pochissimi, affidare la segreteria a Vincenzo Trantino. Fui io a dirgli che doveva cambiare generazione».

VINCENZO TRANTINO: Vincenzo Trantino, in Parlamento dal 1972, è nato il 20 settembre 1930 in un piccolo centro in provincia di Catania, Licodia Eubea. Dopo gli studi in giurisprudenza è diventato avvocato penalista e patrocinante in Cassazione ma ha anche esercitato per lungo tempo la professione di giornalista, dirigendo diverse pubblicazioni di carattere forense e politico.
Iscritto dal 1950 nel Partito nazionale monarchico, è appunto come rappresentante monarchico nella lista Msi-Dn che è stato eletto per la prima volta deputato. E lo sarà ininterrottamente in tutte le successive legislature.
Nel luglio 1987 è stato eletto presidente della Giunta per le elezioni della Camera, diventando il primo esponente missino a ricoprire tale incarico.
Ha poi aderito ad Alleanza nazionale nelle cui liste è stato di nuovo eletto deputato.
Nel 1994 è stato chiamato a far parte del primo Esecutivo Berlusconi come sottosegretario agli Esteri. E due anni dopo è stato incaricato dal presidente di An, Gianfranco Fini, di guidare le relazioni internazionali del partito.
Attualmente ricopre la carica di presidente del Comitato speciale per la Legislatura, un comitato di dieci parlamentari che ha il compito di verificare la qualità formale delle proposte di legge.

10 Settembre 1980 – In ricordo di Francesco Mangiameli

venerdì, settembre 10th, 2010

Francesco MangiameliFrancesco Mangiameli, soprannominato “Ciccio”, origini palermitane, iniziò la sua militanza politica nelle organizzazioni giovanili del Movimento sociale italiano per poi aderire all’extraparlamentarismo di destra. Prima in Ordine Nuovo, Fronte Nazionale e poi in Terza Posizione. Laureato in Lettere e Filosofia, insegnò italiano in alcuni istituti di scuole superiori.

Fondò il gruppo siciliano di Terza Posizione e entrò a far parte della Direzione Nazionale con funzioni di guida insieme a Fiore, Adinolfi e Dimitri. Entrò in contatto con alcuni esponenti romani, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari, gruppo terroristico nato dallo spontaneismo armato di estrema destra. Legame, tenuto, per il raggiungimento di un obiettivo.

Far evadere, dalla casa circondariale di Palermo – Ucciardone, un altro militante di Ordine Nuovo, Pierluigi Concutelli, condannato per l’omicidio del giudice Vittorio Occorsio. Mangiameli cercò di dissuaderli e l’operazione, per altre vicissitudini, non fu portata a termine. Altri tentati, di reperire armi, fallirono, uno proprio per colpa di Mangiameli. Iniziò così una profonda diffidenza nei confronti del camerata, pur rimanendo l’unico supporto e appoggio in Sicilia. Infatti, quando nel luglio del 1980, i fratelli Fioravanti affidarono nelle mani di Mangiameli il denaro necessario per rifinanziare l’evasione, i Nuclei Armati Rivoluzionari, maturarono la convinzione che Mangiameli fosse un traditore e che doveva essere punito.

Il 10 settembre 1980, il neofascista palermitano si recò a Porta Pia Roma. Con l’inganno e senza accorgersi della trappola fu portato nella pineta di Castelfusano e giustiziato con un colpo di pistola, beretta 7.65, alla nuca. Il corpo, completamente spogliato, fu zavorrato e gettato nelle acque del lago di Tor de’ Cenci. Dopo due giorni il cadavere riaffiorò dalle acque e avvistato da alcuni passanti. Negli anni seguenti, alcuni pentiti, sostennero che l’intenzione dei Nuclei Armati Rivoluzionari fosse di uccidere anche la moglie e la figlia di soli 7 anni. Forse Francesco Mangiameli sapeva troppo, forse conosceva fatti importanti sulla strage alla stazione di Bologna, forse considerato testimone scomodo, ma ancora oggi  non si è trovata una ragione credibile di quel delitto.

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Romagnoli (Fiamma Tricolore): «Non ci interessano i tesori di An. Il nostro patrimonio è quello degli ideali»

giovedì, settembre 9th, 2010

luca_romagnoliSorprende la veemenza di alcune polemiche intorno alla gestione del patrimonio finanziario di AN. Certo e noto “pecunia non olet” ma ancor più certo e’ che il suo accumulo si e concretato con decenni di militanza e donazioni che sono state fatte in nome di una “continuità missina” da assicurare. Continuità, che certo non vuol dire “passatismo”, ma altrettanto non autorizza lo stravolgimento di idee e valori.

Eppure oggi la continuità che si rivendica esplicitamente da “Futuro e Liberta’ ” come da “La Destra”, e’ quella di AN. A noi va bene così. L’unica continuità (seppure aggiornando metodo e merito), che ci interessa e per la quale siamo nati e’ quella missina. Per questo abbiamo sempre sostenuto che il solo patrimonio del MSI cui ambiamo e’ quello ideale. Nessun Tribunale potrà riconoscere alla Fiamma Tricolore la “continuità missina”, ma la storia, dal 1995 ad oggi, e le finalità perseguite, insomma le “linee di vetta”, sono inoppugnabilmente dalla nostra parte.

On. Luca Romagnoli

Segretario Nazionale Movimento Sociale Fiamma Tricolore

RaiTre 23,45: Giorgio Almirante e la Destra del dopoguerra

martedì, settembre 7th, 2010

almirante-bMartedì 7 settembre, 23.45, Rai Tre. Nei giorni in cui si registra in Italia una svolta politica – con le dichiarazioni di Gianfranco Fini a Mirabello e la definitiva spaccatura con il Pdl – Correva l’anno ripercorre la storia di quello che più di tutti si può definire il suo ‘padre putativo’: Giorgio Almirante.  

Dopo Enrico Berlinguer, rivale storico verso il quale Almirante ha sempre conservato un rapporto di profonda stima, il programma di Rai Tre ci narra di un altro dei grandi leader carismatici del dopoguerra. 

Si parte dalla gioventù orgogliosamente fascista, per arrivare alla fondazione dell’Movimento Sociale Italiano nel ’46, quando mostra una straordinaria capacità di aggregare il variegato mondo dei nostalgici di Mussolini puntando – certo – sull’anticomunismo, ma anche sulle posizioni antiborghesi e anticapitaliste espresse nel periodo della Repubblica di Salò. 

Poi gli anni Cinquanta, quando si infrangono le speranze di entrare nella compagine governativa. E gli anni Sessanta, quando spira aria di contestazione, gli studenti chiedono le riforme e le università vengono occupate: Almirante cavalca la protesta e rafforza l’ala movimentista del MSI, la cosiddetta “destra sociale”. Ma è anche il momento chiamato “della politica del doppio petto”, che permette ad Almirante di tenere insieme le diverse anime del partito. Un’ambivalenza che dà i suoi frutti. 

Molte le vicende giudiziarie che lo riguardano: dal ritrovamento di un manifesto del periodo di Salò nel quale chiedeva la fucilazione alla schiena dei partigiani, al suo presunto coinvolgimento nella strage di Peteano. Però Almirante sorprende tutti quando nell’84 va a rendere omaggio al feretro del segretario del PCI Enrico Berlinguer. Un anno prima della sua morte, che avviene nell’88, nomina il suo successore alla segreteria dell’ MSI: è Gianfranco Fini

Guarda la diretta del programma sul web, martedì 7 settembre 2010 alle 23.45 >> 

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Come cambiano i “fascisti”

lunedì, settembre 6th, 2010

di Paolo Setti

almirante_occhiC’era una volta il tempo delle certezze. Quello in cui se davi del moderato a un fascista, quello si sentiva offeso. E quello in cui i comunisti cantavano «portate il martello e picchiate con quello», ma gli squadristi, non ci piove, erano di destra. Adesso ci sono i post fascisti che danno degli squadristi ai liberali definendoli però comunisti, pardon, «comunistoidi», come è accaduto a Michela Vittoria Brambilla, ministro Pdl finita nel mirino di Generazione Italia. E i post comunisti che sognano alleanze con i post fascisti.
Il segnale che la deriva cialtronesca è ormai al punto di non ritorno, lo ha dato ieri un’insospettabile Rosy Bindi. Centrista di quel centrismo che guarda a sinistra, la presidente del Pd è da sempre una pasionaria, sì, ma per una sorta di «estremismo di centro» che, fino a oggi, non contemplava certo virate destrorse. E invece, ieri è toccato scoprire da lei che uno come Fabio Granata, un nome un programma, è una di quelle «forze moderate» cui il Pd guarda per metter su la famosa «alleanza per la democrazia» che dovrebbe riuscire una volta per tutte a detronizzare Silvio Berlusconi: «Se si vota proporremo un’alleanza al Fli».

Lui, Granata, ex Msi poi An, è quello che sceglie parole caute e moderate quasi come Francesco Storace quando gli chiesero di dire qualcosa di destra e lui rispose: «A froci!». L’accusa più di stile che ha mosso al governo di cui fanno parte i suoi compagni di viaggio (o camerati? Boh) è stata di «ostacolare la lotta alla mafia», la più gentile quella di «infiltrazioni e zone d’ombra», sempre mafiose, fra candidati ed eletti del Pdl. Eppure, è sul Fli, quel Fli che di moderati ne vede molti altri, due su tutti Italo Bocchino e Carmelo Briguglio, che la Bindi fa affidamento per liberarsi del Cavaliere. E pensare che una volta gli davano del «Cavaliere nero».

Erano i (bei vecchi) tempi in cui Berlusconi sdoganò Gianfranco Fini dal marchio di fascista sostenendone la candidatura alle Comunali di Roma. «Fa uscire i fascisti dalle fogne» saltò su la sinistra. La stessa sinistra, adesso, per voce del leader del Pd Pier Luigi Bersani, del Berlusconi post strappo con lo stesso Fini, dice: «Ha fatto tornare la politica nelle fogne», salvo poi accorgersi di aver esagerato giusto un filino e correggere con un: «Forse fogna era una parola un po’ forte», ma intanto il senso era quello.
Vacci a capire, ed è solo l’inizio. Il dito nella piaga del resto, (senza volere, per carità), lo aveva messo l’altro giorno Massimo D’Alema, che di Fini aveva detto: «Deve spiegare se stesso: dire quale destra moderna vuole per l’Italia». Eh, una parola, fra una Flavia Perina che ai berlusconiani dice: «Siete più fascisti di noi», e lo fa su un giornale radical chic come Post di Luca Sofri, e gli organizzatori di Mirabello che studiano come evitare gli assalti degli squadristi al palco Tricolore rimpiangendo i tempi in cui, con Giorgio Almirante, il servizio d’ordine dell’Msi doveva respingere i «compagni». In attesa che Fini scelga fra camerati, compagni, compagni camerati e camerati compagni domani a Mirabello, ieri sotto i riflettori c’era il palco dell’Api, l’Alleanza per l’Italia di Francesco Rutelli, il fu radicale, poi verde, poi convinto petalo di Margherita, poi piddino pentito e oggi interlocutore, lui pure con Pier Ferdinando Casini e Antonio Di Pietro, del nuovo Ulivo auspicato da Bersani.

Mentre tutt’intorno imperversava la polemica, con Bocchino a respingere l’invito della Bindi all’urlo di: «Siamo di destra e di destra resteremo», e mezzo Pd a levare gli scudi «perché loro sono di destra e di destra devono restare», il segretario Pd a casa di Rutelli non escludeva nulla: «Il nuovo Ulivo è aperto. Anche a Fini? Vedremo». Code alle urne per votare falce e manganello. (ilgiornale.it)

Pino Rauti: «Dopo Fiuggi, il vero leader dei missini è stato il Cavaliere»

venerdì, settembre 3rd, 2010

Pino_Rauti-intervista“Non si dovrebbe lamentare, proprio lui che dentro Alleanza nazionale era un dittatorello”. Pino Rauti, 84 anni a novembre, è rotondamente irritato da Gianfranco Fini da almeno trent’anni, da quando cioè il pupillo di Giorgio Almirante cominciava la scalata al partito che solo il fondatore di Ordine Nuovo tentò, con breve successo, di contestargli. All’epoca le posizioni erano invertite: Rauti era l’eretico, Fini il garante della tradizione. “Vorrei ricordare a Servello che quando ero segretario del Msi, e lui mio vice, noi tentavamo di rinnovare il partito mentre Fini diceva: sulla mia fronte c’è scritto fascista”. Era la breve stagione della leadership di Rauti, terminata in un disastro elettorale 18 mesi dopo la vittoria del congresso di Rimini del gennaio ’90.

Oggi però, per una sorta di nemesi, attorno al presidente della Camera si ritrova buona parte dell’antica gioventù rautiana allergica alla fascisteria dei labari e dei gagliardetti: “E’ sconcertante – ammette l’anziano leader – Non li riconosco. Non so che fine abbiano fatto le cose che diceva Moffa quand’era federale a Roma per mio conto”. Posizioni di forte sapore socialista – nazionale sia chiaro – e ambientalista, senza contare qualche non garbata antipatia personale. Gli aneddoti giovanili, in giro, si sprecano: Pasquale Viespoli per dire, oggi capogruppo finiano in Senato, nel 1977 prese a schiaffi il suo attuale leader che – da capo del Fronte della Gioventù – voleva impedire lo svolgimento del Campo Hobbit a Montesarchio.
“Oggi l’ambizione, anche culturale, di Fini è quella di costruire un’idea nuova di destra, ma s’è messo su una strada sbagliata”, spiega Rauti. E la strada è sbagliata fin dal 1995 di Fiuggi: “Quella è la grande cesura”, dopo la quale la destra di massa è il Cavaliere: “Un prodotto politicamente nuovo che s’è insediato su un consenso preesistente. E lo ha rafforzato parecchio”.

Il dissidio tra i due adesso, “al contrario di quanto crede Servello”, non è affatto personale, né contingente: “Ci sono diversità di fondo, eccome: basti pensare all’immigrazione, alla cittadinanza, alla bioetica. Non mi pare che Fini si stia rifacendo alla tradizione della destra, neanche missina”. In realtà, insiste, “non fa altro che riaffermare la sua antica vocazione allo sfascio”, l’unica vera costante della sua politica. “Non nego che nel mio giudizio possano pesare le storie passate”, concede l’anziano teorico dello sfondamento a sinistra, ma “Fini lo conosco fin da ragazzo e posso parlare di lui con cognizione di causa”. Prendiamo la casa di Montecarlo: “O sapeva, ed è grave, o non sapeva, ed è ancora più grave. La scelta è solo tra immoralità e ignoranza”. A questo punto, però, la strada è obbligata: “Se vogliono essere coerenti devono fare un partito”, certo “a quel punto bisognerà riconsiderare il ruolo del presidente della Camera: ci sarebbe una forte discrasia tra il processo che ha portato Fini su quella poltrona e la situazione che si verrebbe a creare”.

Non c’è niente che piaccia, a Rauti, di questo “sgomitare” del suo ex rivale per delle “piccolezze”, nemmeno il tema della legalità, “giusto, purché non sia agitato con puntigliosa pretestuosità”. Il Cavaliere, spiega, “è senza dubbio sotto attacco delle procure, c’è un andazzo inquisitorio contro di lui, quindi è normale che si difenda. E parla uno che con i pm ha avuto e ha a che fare: pensi che ancora adesso sono sotto processo per la strage di Brescia senza essere stato nemmeno interrogato”. Nonostante siano distanti anni luce, l’ex missino (e ordinovista e membro dei Far e fan dei colonnelli greci, una sorta di antologia del postfascismo repubblicano) ha una simpatia istintiva per Silvio Berlusconi: “L’ho incontrato molte volte e sempre da parte sua c’è stata stima e cordialità. Notava sempre ironicamente che ho molti capelli e io gli rispondevo che era l’unica cosa che avevo più di lui. Spero di vederlo a settembre, voglio capire che succede, ma comunque prima incontrerò Gianni Letta, un vecchio amico: quando io ero caposervizio al Tempo, lui era corrispondente da Avezzano”. Il premier peraltro, quali che siano i suoi difetti, “anche solo da un punto di vista di strumentalità oggettiva, ha un enorme merito storico: ha bloccato e, in qualche caso spazzato via, l’egemonia culturale della sinistra che durava fin dal 1945”. Un Cav. vendicatore degli ex fascisti, che adesso rischia per loro mano: “I propagandisti di Fini sono molto abili; se gli si dà il tempo di organizzarsi e crescere ancora, il logoramento di Berlusconi è inevitabile”. (ilfoglio.it)

Storace (La Destra): «Con Fini solo una questione da chiarire»

venerdì, settembre 3rd, 2010

Fini20Storace“A Gianfranco vorrei chiedere solo una cosa: dove sono i beni avuti dal Msi, che uso ne è stato fatto, e il fiume di denaro che si è riversato nelle casse di An che fine ha fatto? Non è vero che nessuno si è opposto all’andazzo. Io per anni al comitato centrale e alla direzione di An ho messo al primo punto la questione morale. M’hanno trattato come un criminale.” Lo dice questa mattina il presidente Teodoro Buontempo dalle colonne di Libero.
Teodoro, racconta inoltre dei rapporti che Fini dal 2004 strinse con il gruppo Atlantis, proprietario di casinò ai Caraibi e titolare di una concessione dei Monopoli di Stato italiani per la gestione telematica di quelle slot machine che in poco tempo invasero bar e circoli di tutta Italia.
Quelle macchinette infernali che hanno rovinato, e continuano a rovinare tanta povera gente abbagliata dal facile guadagno e con molta rapidità si espansero anche a Ostia, territorio difficile sul litorale romano e che presto divennero fonte principale nell’alimentare il giro dell’usura. Tanti i pensionati e i lavoratori che dopo aver perso lo stipendio o la pensione si rivolgevano e continuano a rivolgersi a persone prive di scrupoli che in poco tempo gli spogliano di tutti i loro beni lasciandoli nella disperazione assoluta. Una metastasi incredibile.
Molti attentati sul litorale a locali pubblici non erano causati dal racket del pizzo, il più delle volte erano e sono intimidazioni per convincere gli esercenti ad istallare le diaboliche macchinette rovinafamiglie.
Buontempo, racconta come è stato avvicinato, le proposte e le minacce per non essersi fatto convincere a sfruttare la creduloneria di chi era ed è convinto di essere più abile di una macchina programmata per mangiare soldi.  E mentre Teodoro lottava sul territorio contro la piaga e il malcostume delle slot, loro trattavano.
Il filo che sembra legare l’appartamento di Montecarlo al fiduciario della società off shore che acquista la casa sarebbe anche il fiduciario che rappresenta gli interessi di Francesco Corallo, fondatore del gruppo Atlantis.
Anni fa, una signora di Ostia seguace di Almirante senza eredi decise di lasciare in eredità l’appartamento a Teodoro, che informò Pontone e fu intestato al Partito, oggi, quell’appartamento è sparito. Non si trova più, nessuno sa che fine abbia fatto.
L’analisi dei costi di via della Scrofa fatta da Buontempo procede con un ragionamento “terra terra”: se il Secolo d’Italia è pagato con i finanziamenti pubblici, se le sedi di via della Scrofa e via Alessandria sono state acquistate con le donazioni, se molti impiegati sono diventi deputati: Lamorte, Martinelli, se le campagne elettorali erano quasi totalmente autofinanziate, considerando che gli impiegati a carico del Partito sono 3-4, dove è finito quell’imponente fiume di denaro che si è alimentato con i rimborsi elettorali?
Il patrimonio immobiliare del Msi a Roma era immenso, oltre alla sede, a via Livorno, piazza Tuscolo, la tipografia di via del Boschetto, tramite la Italimmobili, società del Movimento sociale disponeva delle proprietà di tutte le federazioni perché nessuno voleva dare un immobile in affitto. Adesso tutti gli immobili dovrebbero passare alla Fondazione Alleanza nazionale. Però c’è un piccolo particolare.
Quel patrimonio dovrebbe servire ad attività sociali, politiche e convegni. Dove sono? Quel patrimonio oggi, potrebbe tornare ai legittimi eredi perché non è stato utilizzato per gli scopi destinati all’origine.
Così anche Montecarlo deve tornare agli eredi della Contessa Colleoni. Come è possibile che qualcuno si sia riuscito a comperare lo yacht, la villa, gli appartamenti con terrazzo panoramico, mentre Buontempo dopo 26 anni di consigliere comunale e cinque mandati da parlamentare è riuscito solo a collezionare debiti?

Francesco Storace

Segretario Nazionale “La Destra”

Intervista ad Alberto Ferretti: «Fini? Un compagno!»

mercoledì, settembre 1st, 2010

ferrettiOggi, 1 Settembre 2010: a Mirabello inauguarazione della 29° Festa del Tricolore, evento “classico” dell’ex MSI poi AN, da Giorgio Almirante a Gianfranco Fini, poi remixato dopo la nascita del PDL: come noto molta attesa questa edizione e lo stessa presenza di Gianfranco Fini, annunciata per il 5 settembre, dopo la nota scissione in atto nell’ambito del PDL, con la nascita del gruppo-partito Futuro e Liberà, pseudofuturista, in realtà uno strano OGM politico neodemocristiano, tra temi apparentemente radicali e una essenza, dicono i detrattori, ancora cattofascista , nello spirito. Questa stessa edizione è stata- dopo lunghe polemiche- con probabili scisssioni anche a Ferrara (“>Balboni, Cimarelli e Malaguti son stati chiarissimi verso i finiani ferraresi tipo Lodi e Brandani) già bollata come un bluff, un rozzo e banale golpe orwelliano di presa in giro al popolo del PDL e della Destra.

Distante anni-luce ormai i finiani sia dal PDL e-o la nuova destra italiana neoconservatrice ma modernistica, sia da certa destra sociale storica, quella di Almirante che creò… il Festival storicamente più importante per la Destra Italiana, Mirabello sempre sede, prima di Gianfry… di nuove e inedite comunicazioni politiche fondamentali. Forse Fini – nonostante dica il contrario- farà sì la consueta rivelazione (ufficializzando il nuovo partitino e l’alleanza strategica – incredibile- con il PD anch’esso in coma terminale dopo le sane parole in libertà dei vari Renzi e Vendola). O forse annuncerà con il suo solito stile opportunistico e da Pinocchio in camicia oggi Dolce e Gabbana…o mocassini Badoglio convertito all’Islam… il gemellaggio tra Mirabello e Montecarlo….

Di seguito una intervista a Alberto Ferretti, protagonista alternativo da sempre della Destra ferrarese e italiana, aperto e postideologico, capace anche di sinergie culturali con certa avanguardia futuristica notoriamente libertaria e tecnoanarchica.

Ferretti- Festival del Tricolore 2010 – un falso storico?

Più che un falso storico è un bluff, un maldestro tentativo di riciclarsi che sarà smascherato appena gli ospiti della manifestazione apriranno bocca. Mi chiedo come faranno a spiegare al loro (ex) elettorato di riferimento la nuova linea politica radicalmente opposta alla precedente? Forse Fini e i suoi seguaci non conoscevano Berlusconi quando decisero di fondare insieme a lui il PDL? Mi pare un risveglio tardivo e un tantino strumentale il loro… dovranno pur dare qualche spiegazione in tal senso prima o poi!

Che è successo al “camarade” Gianfranco Fini?

Insomma, capisco che si può cambiare idea e che diventi un po’ difficile spiegare il cambiamento di rotta totale al proprio seguito, ma almeno si abbia l’onestà intellettuale di dire le cose come stanno e di non nascondersi dietro un dito! C’è chi sostiene -e ritengo a ragione- che Fini non sia mai stato né si sia mai considerato lui stesso un “camarade”. Effettivamente un ragazzo, all’epoca liceale, che è diventato di “destra” (ipse dixit) perché “i rossi” nel ‘68 gli impedirono di andare a vedere il film “Berretti Verdi” con John Wayne, sinceramente è davvero poco credibile. Ed infatti il lento ma inesorabile percorso di trasbordo ideologico lo ha portato, abiura dopo abiura, a su posizioni antitetiche a quelle della Destra Italiana. E’ infatti un non credente dichiarato (non si è mai sentito un uomo di destra ateo, un vero ossimoro); è a favore della fecondazione artificiale e per il riconoscimento delle coppie gay (contro le indicazione della Chiesa Cattolica); vorrebbe la cittadinanza breve ed il relativo voto alle amministrative per gli immigrati; è per l’insegnamento del Corano nelle scuole italiane…
Queste posizioni evidentemente sono più da partito radicale (infatti Della Vedova proviene da li) che non da partito di destra. )

Il Pd che insegue i finiani… Schizofrenia politica?

Mettiamoci per un attimo nei panni -a dire il vero piuttosto scomodi in questo momento- di Bersani e Co. Tra l’alternativa di restare all’opposizione altri quarant’anni, e la possibilità di cavalcare la tigre finiana per sfiancare il Cavaliere, effettivamente non ha nessun’altra alternativa concreta. Diciamo che chi sta annegando si aggrappa a qualsiasi relitto pur di non annegare! Schizofrenia o puro istinto di sopravvivenza? Mah… giudicherà la gente!

Destra e Sinistra postideologia…

Fermi i valori e gli ideali che devono contraddistinguere gli uomini retti, sarebbe ora di uscire da certi schemi ideologici che fanno si che il confronto politico non avvenga quasi mai su fatti e proposte concrete, ma su pregiudizi e retaggi di un passato remoto ed irripetibile. Il male della politica italiana sta nel non capire che questo atteggiamento allontana il popolo e gli elettori dall’impegno civile, sociale e politico. Mi rendo conto che con dei residuati che ancora si rifanno alla rifondazione del comunismo è un tantino difficile parlare e confrontarsi in modo costruttivo, ma speriamo sempre che si possa finalmente aprire una stagione politica di onesto confronto, non più ideologizzato, tra tutte le forze politiche sui temi reali e quotidiani, che stanno veramente a cuore della gente, per cercare finalmente di risolvere i problemi della nostra società e per un futuro migliore per noi ed i nostri figli.  (guide.supereva.it)

Adinolfi racconta il blitz del 28 agosto 1980: trent’anni di depistaggi

lunedì, agosto 30th, 2010
di Gabriele Adinolfi *
 
Gabriele AdinolfiIl 28 agosto 1980, trent’anni fa, scampai ad una retata repressiva architettata a tavolino e intrapresi una latitanza destinata a durare vent’anni.
Il provvedimento per me non fu una vera e propria sorpresa; erano settimane che al telegiornale, quando parlavano della strage di Bologna, sullo sfondo appariva regolarmente la foto di una  scritta sui muri con un gigantesco “Terza Posizione”.
 
Tuttavia sembrava che gli inquirenti chiamati disciplinatamente a dare corpo e sostanza al depistaggio suggerito dai tension-makers non avessero ben chiaro il nostro panorama e  non sapessero cosa fosse esattamente TP né chi la componesse.
Pertanto si poteva auspicare che dietro tutto quel fumo si potesse ancora evitare l’arrosto. Che  gli inquirenti avessero le idee confuse ne avremmo avuto una clamorosa conferma meno di un mese più tardi, con il blitz specifico contro Terza Posizione quando una buona metà dei mandati di cattura furono emessi nei confronti di persone che non avevano alcun rapporto con noi.
Quel 28 agosto invece furono emessi 28 mandati di cattura che colpivano alla cieca l’intera area della destra radicale, dal Fuan a Costruiamo l’Azione. Tra questi solo due imputati erano di TP: si trattava di me e di Roberto Fiore. Quest’ultimo scampò alla cattura perché, uscito la notte con una ragazza, si era fermato miracolosamente a dormire presso Walter Spedicato.
In quanto a me ero al nord. Avevo raggiunto Donatella Bianchi, la direttrice responsabile del nostro giornale, che viveva in Piemonte con suo marito ma si trovava ancora in vacanza con lui in Liguria e, fortunatamente, non era reperibile. Mi aveva cercato per decidere il da farsi in quanto la Digos aveva effettuato una perquisizione nella casa dei suoi genitori al Terminillo, sfondando peraltro la porta e lasciandola aperta ad eventuali saccheggiatori. Ci vedemmo perché dovevamo capire se la perquisizione fosse legata ad un eventuale mandato di cattura, né sapevamo se fosse dovuta alla sua funzione di direttrice responsabile del giornale oppure al fatto di aver ospitato a lungo un giovane bolognese, Luca De Orazi. Su di lui a torto (o forse con artificio) si erano posati i riflettori in quanto, vivendo a Roma dopo esser scappato di casa, ed essendo comunque di Bologna, aveva un profilo da dare in pasto alla pubblica opinione: consentiva di far risaltare “oscuri” contatti tra la città colpita e quella popolata dalla maggior parte di noi capri espiatori del depistaggio.
Fu così che quella mattina  fui uno dei sei che non vennero arrestati. Gli altri, eccetto i vacanzieri tardivi, vennero tutti catturati nelle rispettive case  perché non avevano davvero alcuna ragione di attendersi la retata.
Quel blitz fu preparato dal dirigente del servizio segreto del ministero degli interni, il pidduista Russomanno, detenuto in Regina Coeli con l’accusa di aver commesso  favoreggiamento indiretto a vantaggio delle Brigate Rosse.
In seguito girò la voce che Russomanno con l’accusa a me e a Fiore non c’entrasse affatto  perché la sua lista sarebbe stata arricchita all’ultimo momento di alcuni nominativi aggiunti a penna da altri funzionari.
Non ho mai avuto conferma di questa versione che aumenta la catena dei misteri che hanno ammantato lo stragismo di (anti)stato.
Comunque sia questo fu il primo tentativo di depistaggio nei miei confronti per il massacro di Bologna. Ne sarebbero seguiti altri tre; gli inquinatori avrebbero capitolato solo dodici anni più tardi.
28 agosto 1980: da quel giorno intrapresi una nuova fase di vita che mi avrebbe permesso di contrarre significative esperienze di maturazione che solo chi ha vissuto una latitanza o altre condizioni che annullano l’identità sociale consolidata, creando una sorta di doppio e offrendo la percezione della precarietà quotidiana,  ha avuto la fortuna di vivere. Penso magari a una milizia nella Legione Straniera.
28 agosto 1980: mi rendo conto oggi che allora mia madre aveva più o meno l’età che ho adesso mentre io avevo un anno e mezzo in meno di quanti mio figlio ne ha ora. Eppure tra noi selvaggina ero un esponente anziano!
Intrapresi la latitanza senza alcun’organizzazione, senza documenti falsi e senza fondi.
Per i primi due mesi prosciugai quel poco che chi mi era caro mi aveva dato, dormendo ogni notte in treno. Feci il pendolare insonne fino a quando non scegliemmo di espatriare – io sciando altri con altri mezzi – e di farci un minimo di posizione stabile e lavorativa (allora era più facile senza una sfilza di documenti).
Non lasciai subito l’Italia e rimasi politicamente operativo fin quando la serie dei blitz contro il nostro movimento non ci obbligò a cambiar scelta. Non accettai però mai di abbandonare l’impegno in Patria dove tornai scendendovi da clandestino e collezionando così appendici alle condanne associative. All’estero, per questioni di gusto, pur mantenendo un’opportuna quanto indispensabile mobilità tra Austria, Spagna e Inghilterra, feci base con Walter a Parigi.
Sono passati trent’anni ma sia la strage sia i depistaggi sono crimini rimasti sempre impuniti.
 
* Gabriele Adinolfi, 56 anni,  è un politico e scrittore italiano, membro fondatore negli anni settanta di Terza Posizione e presente in varie altre associazioni extraparlamentari nate dallo spontaneismo politico di destra radicale.
Dopo aver frequentato il Movimento Sociale Italiano, fu prima membro di Fronte Studentesco, poi di Avanguardia Nazionale, di Lotta di Popolo ed infine di Alternativa Studentesca.Nel 1976 con Peppe Dimitri e Roberto Fiore, fondò il movimento Lotta Studentesca, presso la Libreria Romana di Walter Spedicato, che assunse dal 1977 il nome più noto di Terza Posizione.

Dal Msi all’«oltrismo» dei finiani

sabato, agosto 28th, 2010

di Andrea Forti*

ansa153475102103130123_bigC’era una volta la destra, o meglio il Movimento Sociale Italiano, divenuto nel 1995, per volontà di Gianfranco Fini, Alleanza Nazionale, il partito della destra conservatrice italiana, libero dalla zavorra del passato fascista (e neo-fascista) e proiettato verso i lidi di un destra conservatrice e nazionale europea.

La destra italiana post missina, fondata e guidata fino al 2008 dall’attuale presidente della Camera, come tutti sappiamo si muoveva lungo un percorso tracciato già dai due segretari storici del Movimento Sociale Italiano, Arturo Michelini e Giorgio Almirante, che fecero (specialmente il primo, visti gli occasionali cedimenti alla retorica «antisistema» del secondo) dello storico partito neo-fascista un partito autenticamente nazional-conservatore, incline a presentarsi come autentico baluardo dell’Italia anticomunista contro una Dc percepita come arrendevole e incline al compromesso. Al Msi si deve riconoscere la primazia nel proporre il presidenzialismo, visto non già come riproposizione soft della dittatura, come sostennero i detrattori, ma come antidoto ad una partitocrazia immobilista che per decenni ha di fatto paralizzato la vita politica del paese.

Alleanza Nazionale, nel primo decennio di vita, si batté conseguentemente per la difesa delle radici cristiane dell’Europa, per riforme presidenzialiste, per contrastare l’immigrazione clandestina (legge Bossi-Fini) e per difendere l’identità nazionale. Proprio quando era chiaro l’emergere, con la fondazione del Pdl da parte di Berlusconi, di un partito conservatore di massa, cominciarono ad apparire le prime crepe, e l’identità politica dell’ultimo leader del Msi, delfino di Almirante e fondatore di An, subì una strana mutazione. Dalla fondazione nel 2008 del Pdl, primo partito di massa a rivendicare un’identità liberal-conservatrice, popolare e presidenzialista, si è coagulata una pattuglia di intellettuali e politici che hanno effettuato una vera e propria «inversione» del concetto di destra.

Ora la cosiddetta «destra moderna» non è più quella che difende l’identità e le tradizioni culturali e religiose nazionali pur essendo liberale e democratica. Ora la «vera destra» è divenuta multirazziale, laicista, libertaria, giovanilista e giustizialista. Ora la «destra moderna» deve staccarsi dalla cultura popolare per inseguire i salotti e deve, finalmente, dichiararsi adepta dell’ultima religione politica rimasta in Italia, l’»antiberlusconismo», vero culto negativo della personalità. La «destra moderna», non a caso, usa a profusione le parole «futuro» e «futurismo» e ha il volto di ex-radicali e persino di ex rautiani – la corrente minoritaria che all’interno del Msi difendeva posizioni «rivoluzionarie» anticapitaliste, ambientaliste e persino terzomondiste – che non disdegnano di flirtare con i più forcaioli ambienti della galassia Il Fatto Quotidiano/Micromega.

Il «finismo» è difficilmente spiegabile con fattori personali, come una qualche supposta forma di invidia nei confronti del premier, ma affonda molto probabilmente le radici in un antico male italiano, il massimalismo irresponsabile di alcuni ceti politici e intellettuali. La «destra moderna» che l’entourage finiano vorrebbe creare sembra finora un tipico prodotto intellettuale, non rispondente alle esigenze popolari e affetta da quella malattia che ha colpito la sinistra italiana dall’89 a oggi: l’«oltrismo». La sinistra postcomunista, infatti, dopo la Bolognina, non seppe perseguire un modello socialdemocratico europeo, approdo già preconizzato da un padre nobile del comunismo italiano come Giorgio Amendola in tempi non sospetti (metà anni ‘60), per perdersi alla ricerca di un modello ibrido, oscillante fra il cattocomunismo e il «partito radicale di massa», né socialista né liberale, né laico né cattolico, alla continua ricerca di formule altisonanti quanto vuote come l’«Ulivo mondiale» o di nuove icone esotiche come il «Kennedy nero» Obama.

Il problema della politica italiana è che l’«oltrismo», questo affannarsi a rincorrere continui superamenti di un reale e di un presente che mai si ha il coraggio di affrontare, ha contagiato anche una parte della destra, che evidentemente confonde modernità con moda culturale. Forse, a conti fatti, non è un semplice caso dettato da meri tatticismi politici il fatto che gli eredi del Pci e i seguaci di Fini si incontrino con le loro fondazioni.

*dal web ragionpolitica.it