Milano 18 settembre: Forza Nuova per una nuova Italia
venerdì, settembre 10th, 2010

MILANO, 9 SET – Hanno detto «basta» a quella vita «inaccettabile» passata a cucire pantaloni, fino a 18 ore al giorno, in un laboratorio clandestino a Milano, con pause da 10 minuti per i pasti e una brandina per dormire. Un’ esistenza da sfruttati alla quale si sono ribellate due donne cinesi che hanno deciso di raccontare la loro storia in Procura, sporgendo denuncia contro gli aguzzini, cosa che raramente avviene tra le ‘vittime’ del ‘caporalato’ cinese nel settore tessile.
Le denunce sono arrivate sul tavolo del procuratore aggiunto di Milano Nicola Cerrato che ha aperto un’inchiesta a carico di tre cinesi. Una donna ha raccontato agli inquirenti di essere entrata in Italia da clandestina nel 2006, di aver trovato l’ offerta per quel lavoro in un giornale e di aver lavorato nel laboratorio fino a qualche settimana fa. «Ci davano 3 euro a vestito cucito – ha spiegato – lavoravamo dalle 9 di mattina all’una di notte, con pause di 10 minuti ogni pasto e guadagnavamo 800 euro al mese».
Lavorando in quelle condizioni «mi mancava il fiato – ha aggiunto – perchè soffro di cuore. Faceva caldissimo là dentro, era una vita inaccettabile». Un’altra donna, riferendosi sempre allo stesso laboratorio, ha raccontato: «Io lavoravo anche fino alle 3 di notte, dalle 9 del mattino. Dormivamo nel laboratorio e avevamo solo due giorni liberi al mese. Il proprietario (uno dei denunciati, ndr) si vedeva solo a cena e la moglie portava dentro la merce da cucire». (ANSA).
Nel ’75 Stefano Boeri coinvolto negli scontri in cui morì Claudio Varalli. Fu prosciolto grazie all’amnistia. I giudici: “Aggressione violentissima“
È un giorno di sangue, a Milano. Non è il primo, non sarà l’ultimo. Ennesima lapide degli Anni di piombo. Claudio Varalli – membro dell’Mls, Movimento dei lavoratori per il socialismo – muore 17enne in piazza Cavour, ucciso da un colpo alla testa esploso dall’arma di Antonio Braggion, esponente di Avanguardia Nazionale. Sono le 19.32 del 16 aprile 1975. Sono quelli dell’Mls – scrivono i giudici della seconda Corte d’assise, nelle motivazioni della sentenza depositata l’8 gennaio del 1979 – a iniziare «un’aggressione improvvisa, rapidissima, premeditata e violentissima» ai danni del neofascista. Sono in dieci, gli estremisti di sinistra. Finiranno tutti a processo per lesione aggravate, danneggiamento e porto abusivo di armi improprie, ma saranno salvati dall’amnistia. Tra loro c’è anche un ragazzo che farà strada. È nato a Milano il 25 novembre del 1956. Abita in piazza Sant’Ambrogio, con il fratello Tito e la mamma che è un famoso architetto. Si chiama Stefano Boeri.
Bulloni, spranghe e chiavi inglesi. C’è anche questo nel passato dell’archistar e candidato del Pd alla corsa verso Palazzo Marino. Boeri, all’epoca è uno dei leader al liceo Manzoni dell’Mls, il più stalinista tra i gruppi della nuova sinistra. Quel suo 16 aprile, la sentenza della Corte d’assise lo racconta così. Boeri e gli altri «katanghesi» stanno tornando da un corteo quando in via Turati adocchiano e riconoscono il «nemico» Braggion, che due anni prima è già scampato per un pelo ad un agguato. Il gruppo dell’Mls è ben attrezzato «chiavi inglesi, bulloni, dadi in metallo, un tubo snodabile e un morsetto metallico». Circondano Braggion e iniziano a colpirlo, il fascista si rifugia in auto, gli ultrà continuano a colpire: «non si accontentarono di danneggiare la macchina ma continuano ad infierire contro di lui, già ferito». Fino a quando Braggion recupera la pistola che ha nel cruscotto e spara, uccidendo Varalli. Quando arriva la polizia – sono passati pochi minuti – i ragazzi dell’Mls si danno alla fuga. Un brigadiere «raggiungeva nei giardini pubblici Boeri Stefano, Siciliotti Claudio e Maiocchi Silvano, dopo che gli stessi avevano abbandonato durante il loro percorso numerosi oggetti metallici». Nel parco, gli agenti sequestrano «undici chiavi inglesi e fisse, un bullone con dado, un tubo snodabile in metalo, un morsetto metallico». Boeri e gli altri imputati non rispondono agli interrogatori, perché – spiegano ai pm – «ogniqualvolta un militante viene ucciso, i compagni vengono trasformati da testimoni in imputati». Motivi «politici», in altre parole. Ma per i giudici, la storia è un’altra.
«Le risultanze processuali – si legge infatti nelle motivazioni – consentono, sia pure con enorme difficoltà, la ricostruzione dell’episodio». E «giova subito precisare che, a tale fine, di nessun aiuto appaiono le versioni fornite dal gruppo dei giovani» dell’Mls, «innanzitutto per il loro comportamento processuale, smaccatamente sleale». Boeri e gli altri, dice la Corte, mentono platealmente. E alla fine, pur proclamandosi innocenti, scelgono di evitare il processo: «i suddetti giovani non hanno affatto rinunciato, com’era nelle loro facoltà, all’applicazione in loro favore dell’amnistia».
La sentenza della Corte d’assise non giustifica la reazione di Braggion, e infatti lo condanna a dieci anni per porto d’arma e eccesso colposo di legittima difesa: che verranno ridotti a tre in appello, e infine cancellati dalla prescrizione. Ma giudica senza indulgenza anche l’impresa di Boeri e dei suoi compagni, «l’inaspettata e violenta aggressività in nessun modo provocata dal Braggion», il pestaggio messo in atto da «un nutrito gruppo di aggressori manifestamente deciso a lederlo». Per odio politico, solo per odio politico. A Milano, trentacinque anni fa, si usava così.
Luca Fazzo
Enrico Lagattolla
Il Giornale, 7 settembre 2010
di Pasquale Faiella
È ancora polemica sulla Moschea (che non c’è) a Milano dopo l’appello del cardinale Dionigi Tettamanzi. Una polemica che è già «tracimata» nell’anticipo di – ormai perenne – campagna elettorale nel capoluogo lombardo e non solo tra centro sinistra e centrodestra. Sulla dibattuta e irrisolta questione si profila infatti un «derby» – su sfumature diverse nella forma, ma non nella sostanza sul no alla moschea – tutto interno alla maggioranza di Palazzo Marino con la Lega che resta su posizioni di netta chiusura alla possibilità di edificare un luogo di culto stabile per le migliaia di musulmani e che polemizza apertamente con il presule. «Sono il ministro dell’Interno, non un costruttore di moschee». Parole che non hanno bisogno di essere interpretate quelle di Roberto Maroni.
Il ministro ha così replicato alla richiesta dell’arcivescovo di Milano perchè si costruisca subito una moschea nel capoluogo lombardo. «Siamo intervenuti sulla cosiddetta moschea di viale Jenner – ha spiegato Maroni – solo perchè c’era un problema di ordine pubblico». Intanto il ramadan finirà venerdì prossimo, e finirà a Milano, come solito, sotto il tendone del teatro «Ciak» che ha ospitato anche quest’anno i momenti di preghiera e raccoglimento dei musulmani. Domani, intanto, alla fine del digiuno la Comunità di Sant’Egidio ha organizzato un momento conviviale e interreligioso tra cattolici, musulmani e esponenti di cultura ebraica. Quasi una scaturigine alle parole di Tettamanzi: «I musulmani – aveva spiegato il presule – hanno diritto a praticare la loro fede nel rispetto della legalità.
Spesso, però la politica rischia di strumentalizzare il tema della moschea e finisce per rimandare la soluzione del problema, aumentando il livello di scontro. Le autorità locali devono cercare di trovare una soluzione in tempi brevi: rimandare il momento in cui la questione sarà affrontata pu• solo incancrenire la situazione e aumentare la tensione». Parole che hanno suscitato l’apprezzamento di Abdel Hamid Shaari, presidente del Centro di cultura islamica di Viale Jenner a Milano. «Condivido al cento per cento le bellissime parole del cardinale – ha detto – e lo ringrazio per la sua presa di posizione: non è la prima volta che Sua Eminenza dice queste cose, il cardinale si conferma essere come l’unica voce morale di questa città, mentre la parte politica continua ad essere xenofoba e a seminare a piene mani la paura e l’intolleranza».
Come risponde allora la politica locale? Il sindaco di Milano Letizia Moratti non ha voluto entrare nel merito delle affermazioni dell’arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi limitandosi ad osservare che «l’anno in corso è dedicato alla cultura islamica a Milano: lavoriamo su questo, abbiamo molte iniziative e continueremo ad averle». Draconiano e caustico, invece, il leghista Matteo Salvini: «Se il cardinale ha fretta e ha già dimenticato l’occupazione del sagrato del Duomo, ospiti gli islamici nei suoi immensi palazzi».
Gli fa eco Davide Boni, presidente del Consiglio regionale della Lombardia secondo il quale i milanesi «non la pensano come Tettamanzi». Di tutt’altro tenore la posizione di Stefano Boeri, candidato alle primarie per il centrosinistra a Milano: «In città serve un grande centro della cultura islamica». Infine Giuliano Pisapia, pure lui candidato sindaco, secondo il quale la reazione di Maroni «È deprimente». (ANSA).
Milano, 01 set – «Posso comprendere, per la sua formazione ideologica e culturale, l’atteggiamento dell’assessore comunale Moioli, bisogna però ricordare che il problema dei rom non è sicuramente risolvibile a livello locale ma è una questione nazionale. Basta, dunque, gettare la croce addosso a Milano». È questo il pensiero di Romano La Russa, coordinatore provinciale del Pdl e assessore regionale alla Sicurezza, Protezione Civile e Polizia Locale, in merito alla concessione di 25 alloggi popolari ad altrettante famiglie di nomadi del campo di via Triboniano.
«La verità è che i finanziamenti per tali operazioni – aggiunge La Russa – arrivano direttamente dal Ministero dell’Interno, che ha predisposto un Piano Nomadi apposito. È necessario, invece, che ognuno si prenda le sue responsabilità, con una collaborazione ad ogni livello per evitare che scelte sbagliate ricadano unicamente sui cittadini onesti. Specialmente nelle periferie esistono numerose problematiche legate alla sicurezza e all’ordine pubblico, non vorrei che adesso, con l’inserimento dei rom magari in alcuni stabili già difficili, la situazione possa degenerare».
«Invito quindi il ministro Maroni – aggiunge La Russa – ad evitare di prevedere tali aiuti economici ad una fascia di popolazione spesso irregolare, senza nessun requisito di legge, con ingenti somme sottratte ai tanti italiani bisognosi di un alloggio. Si tratta soprattutto di una discriminazione verso i nostri stessi connazionali, che da anni rispettano i regolamenti per l’attribuzione di una casa Aler, e che se invece dovessero continuare assegnazioni di alloggi in tal modo, subirebbero una beffa atroce. Non vorrei che si perpetrasse un atteggiamento eccessivamente permissivo nei confronti dei nomadi, dove il malcostume del ‘tutto è lecitò diventi la regola da seguire: gli esempi nel Milanese sono numerosi, come ad esempio nel campo nomadi di Buccinasco, dove i rom si sono costruiti delle villette abusive. Comportamenti che gli italiani ormai non tollerano più». (omnimilano)
Milano, 30 ago – «Spiccherà di certo, l’elegante look di Letizia Moratti, al fianco del turbante di Gheddafi e alle sue ragazze in tuta mimetica. Cena di mezzanotte, stasera, per il sindaco di Milano che sarà a tavola con Silvio Berlusconi e Muammar Gheddafi in visita a Roma.
La tavola sarà imbandita tardissimo, perché il leader libico è in pieno Ramadan. Terminato l’orario di digiuno comunque il colonnello potrà gustare il menù tricolore che lo chef personale del presidente del Consiglio, Michele Persechini, offre con minime variazioni a tutti gli ospiti internazionali: pennette al pomodoro, al pesto e ai quattro formaggi.
La Moratti arriverà a Roma nel pomeriggio e si inserirà, dalle 18 in poi, in un’agenda degli impegni che potrà variare di momento in momento. Seguirà di certo, a Tor di Quinto nella caserma dei carabinieri Salvo D’Acquisto, le manifestazioni celebrative per le quali Tripoli ha spedito ben trenta cavalli berberi. Il sindaco parlerà con Gheddafi innanzitutto del protocollo di intesa firmato tra Milano e Tripoli che sta dando i suoi frutti. Il primo nel settore della sicurezza».
È quanto si legge nell’articolo di Rossella Minotti nelle pagine milanesi de ‘Il Giornò che prosegue: «Nelle prossime settimane sbarcheranno infatti a Milano otto poliziotti libici che seguiranno un tirocinio presso la nostra Polizia municipale, sia nel settore sicurezza che in quello del traffico. Nel corso dell’incontro, sarà toccato ovviamente il tema immigrazione, peraltro strettamente legato a quello dell’ordine pubblico.
E la Moratti ha già dichiarato di apprezzare l’accordo che è stato firmato tra Berlusconi e Gheddafi col beneplacito di Maroni e che, secondo il ministro dell’Interno, ha ridotto di molto gli sbarchi dei clandestini. Ma si parlerà anche di temi economici e delle possibilità di aumento dell’import-export fra i due paesi. La cena dell’Iftar, che spezza il digiuno del Ramadan, si profila come l’appuntamento clou dell’intensa giornata del leader libico. Arriverà dopo l’inaugurazione di una mostra fotografica sulle relazioni italo-libiche e l’annuncio di un progetto per la creazione di una rete di musei archeologici nel Mediterraneo. La Moratti ha già incontrato Gheddafi nel 2009.
Allora faceva parte di un pubblico di 700 donne del mondo politico, della cultura e dell’imprenditoria del nostro Paese che erano state radunate per ascoltare il colonnello all’Auditorium di Roma, Parco della Musica. Stavolta l’incontro sarà più ravvicinato, anche se le polemiche che accompagnano la visita del colonnello sono, se possibile, ancora più amplificate dell’ultima volta. Dalle ragazze reclutate come auditorio d’eccezione per chiedere loro di convertirsi all’Islam, al lusso imposto dal leader libico per sé e per il suo nutrito seguito.
La trasferta del nostro sindaco non incontra l’approvazione della Lega Nord, che tuona contro i tentativi di islamizzazione che vengono fatti in terra italica con la benedizione del premier. In realtà l’attenzione di Letizia Moratti è tutta rivolta all’accordo che ha messo la parola fine al contenzioso sul passato coloniale italiano in Tripolitania e Cirenaica ed ha aperto un’epoca di cooperazione in campo economico – soprattutto energetico e nel settore delle infrastrutture – e di lotta all’immigrazione clandestina. È questo accordo che il presidente del Consiglio festeggia oggi a Roma insieme a Muammar Gheddafi. Firmata ormai due anni fa, il 30 agosto 2008 a Bengasi, l’intesa ha ricevuto il via libera definitivo del Parlamento italiano all’inizio di febbraio del 2009 ed il primo marzo è stata approvata anche dal Congresso (il ‘Parlamento’) libico». (omnimilano)
Milano, 30 ago. (Adnkronos) – È di due clandestini arrestati il bilancio di una lite in strada, tra nordafricani, avvenuta nella notte a Milano in via Console Marcello, zona Villapizzone, a Milano. I vigili hanno fermato due egiziani, di 24 e 34 anni, risultati irregolari sul territorio italiano.
I due, ubriachi, sono stati anche denunciati per aver danneggiato tre auto in sosta. A renderlo noto è il vice sindaco e assessore alla Sicurezza, Riccardo De Corato. «Solo nell’ultimo mese -spiega De Corato – tra liti e risse per la strada sono già nove gli episodi, uno ogni tre giorni. Situazioni che determinano una forte percezione di insicurezza tra i cittadini e che vedono sempre coinvolti extracomunitari, per lo più clandestini». Sono 497 i clandestini fermati da inizio anno solo dalla polizia locale, ricorda il vice sindaco. Un altro clandestino egiziano, di 22 anni, fermato in piazza Angilberto, è stato denunciato al Corvetto per non aver rispettato le ordinanze andidegrato.
ROMA, 26 AGO – Se con l’Udc «maturano condizioni di dialogo, alle prossime amministrative, a Milano, Torino e anche in altre città, si potrebbe correre insieme». L’auspicio è espresso dal governatore lombardo Roberto Formigoni che in un’intervista al Giornale spiega: «in autunno andranno definite alleanze e candidati e potrebbe essere un’occasione positiva» anche se «nulla è scontato». Un dialogo con l’Udc, afferma riferendosi alla politica nazionale, «è una cosa naturale e benvenuta» data l’appartenenza alla «stessa famiglia politica del Ppe».
Per Formigoni è infatti possibile «collaborare anche senza far parte dello stesso governo» e pensa a «convergenze su singoli provvedimenti utili a fronteggiare la crisi, su lavoro, famiglia e vita. Sarebbe utile – aggiunge – votare insieme interventi come il quoziente familiare». A proposito degli ultimi interventi di Famiglia Cristiana Formigoni afferma di essere «colpito» dall«’acredine» più che dalle «critiche»: «spiace perchè il settimanale porta un aggettivo, ‘cristianà, che richiede altro stile». (ANSA).
Milano, 26 ago. - «È giusto che vengano rispettate le esigenze e le attese di chi per una vita intera ha contribuito con il proprio lavoro allo sviluppo del nostro Paese. Per questo, non devono esservi corsie preferenziali per nessuno, neanche per i nomadi».
Così la deputata milanese della Lega Nord, Laura Molteni, interviene sul tema delle assegnazioni delle case popolari agli immigrati. Sull’ipotesi di assegnazione di case popolari del quartiere Corvetto ai nomadi dell’ex campo Tiboniano, «mi sembra -sottolinea- alquanto inadeguata e improvvida vista l’alta tensione già registrata sul problema sicurezza nella zona per la quale si è resa necessaria una apposita ordinanza del sindaco Moratti.
Se effettivamente si concludessero tali assegnazioni, la zona Corvetto potrebbe trasformarsi in una vera e propria polveriera pronta ad esplodere». Oltre a istituire un tetto del 20 per cento alle assegnazioni di alloggi pubblici agli immigrati e allo sbarramento dei cinque anni di residenza necessari per poter chiedere la casa popolare, il Carroccio vuole «che siano rispettate appieno le leggi e le norme che regolamentano la presenza di cittadini stranieri, anche comunitari. Per questo, -conclude- chi dopo tre mesi di permanenza sul nostro territorio non dimostra chiaramente con quale reddito può mantenersi è giusto che faccia ritorno al suo Paese». (Red-Afe/Zn/Adnkronos)
Leghisti contro la Lega. Succede a Milano, in via Padova, zona simbolo della convivenza difficile con gli stranieri. Mille residenti dell’associazione Riprendiamoci Milano che si riconoscono nella Lega sfogano la loro rabbia in una lettera a Umberto Bossi. Gli chiedono di fermare la costruzione di un campo nomadi a due passi da casa, dove nel febbraio scorso scoppiò la rivolta degli egiziani. I lavori cominceranno in autunno: casette, giardini e posti auto per i nomadi. Un progetto del Comune, dove la Lega è nella maggioranza, finanziato con 5 milioni di euro dal ministro Maroni.
La lettera, accompagnata da 987 firme, ha toni duri: “A Milano la Lega regala casa ai rom — si legge — mentre le aziende chiudono, con padri e figli senza lavoro“. I mille di via Padova restituiranno a Bossi 13 tessere di un partito che “ha perso identità“. L’associazione ha già raccolto 10mila firme, non solo di leghisti, contro il campo “di transito” (dove i nomadi potranno sostare temporaneamente) che sostituirà l’accampamento abusivo che c’è oggi.
Dopo la rivolta degli egiziani, Riprendiamoci Milano aveva manifestato allo slogan “rivogliamo la nostra città“, fischiando tutti i politici tranne i leghisti, “gli unici che fanno qualcosa“, “un partito della gente“.
Ma ora i duri di via Padova presentano il conto. La lettera a Bossi è scritta in prima persona, a parlare è Raffaella Piccinni, 35 anni, tassista, militante sospesa per dieci mesi dal partito in nome della sua “linea dura contro gli zingari“. Un approccio che in via Padova ha fatto breccia. Paolo, 34 anni, nato a Salerno: “Bossi è l’unica speranza — dice — chi ha i rom sotto casa può capire”. (di FRANCO VANNI – Repubblica.it)