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Eugenio Benetazzo: distinti salumi…

venerdì, settembre 10th, 2010
BENETAZZO

BENETAZZO

di Eugenio Benetazzo

Se ci fosse un modo per vendere allo scoperto l’Italia, non ci penserei un attimo. Per chi non è del mestiere con questa terminologia si denominano le operazioni finanziarie effettuate con l’intento di ottenere un profitto a seguito di un trend o movimento ribassista delle quotazioni di un qualsiasi bene quotato in una borsa valori. Fortunatamente, per voi che leggete, il valore delle vostre case, il valore della laurea di vostro figlio, il valore del comprensorio turistico in cui andate a fare le vacanze o il valore del benessere della città in cui vivete non sono oggetto di quotazione presso nessun mercato borsistico. Se cosi fosse infatti, avremmo assistito all’arrivo di migliaia di speculatori pronti a vendere allo scoperto un paese che nel suo complesso è destinato progressivamente a perdere di valore.

Vi accorgete di quanto valiamo come paese o come popolazione lavorando o interagendo con altre nazionalità (Stati Uniti a parte), in cui quello che è normale o consuetudinario negli altri stati, in Italia è straordinario oppure eccezionale. Da due anni si continua a parlare ormai di questa famigerata crisi finanziaria che ora è diventata crisi planetaria e che ha ripercussioni molto rilevanti anche in Italia: vi faccio una domanda. Pensate seriamente che le persone al momento al governo o all’opposizione, le quali sono state artefici di aver condotto il paese alla sfida della globalizzazione, senza ipotizzare alcun tipo di difesa, siano adesso in grado di risolvere i problemi che quest’ultima ha procurato allo stesso paese. Chi siede a Bruxelles o Roma a rappresentarci ha un’età media oltre i sessant’anni, lo stesso premier è ormai in prossimità degli ottanta anni: tutti loro sono ormai mentalmente obsoleti, incapaci di astrarsi intellettualmente per comprendere su cosa e come intervenire, capaci solo di aizzarsi per le solite beghe di partito. Non me la prendo più di tanto con Berlusconi, Fini, D’Alema, Bersani, Bossi o Casini, ma con chi li vota. Alla fine gli italiani hanno la classe politica che si merita e la stessa si dimostra un fedele specchio del paese.

Quei pochi vanti che avevamo nei confronti di altre nazioni non li abbiamo mai coltivati a sufficienza, lasciandoli appassire lentamente: qualcuno mi ricorda come in più occasioni abbia menzionato il mancato sfruttamento del potenziale turistico ed artistico italiano. Non rinnego questa mia constatazione, tuttavia soffermiamoci a riflettere su come è strutturato questo potenziale inespresso: migliaia di alberghi, pensioni, residence ormai fatiscenti, la maggior parte a conduzione familiare, risalenti, assieme all’arredamento, a oltre trent’anni fa. Per non parlare delle logiche campanilistiche di attrazione ed accoglienza turistica di enti locali, aziende di soggiorno ed associazioni di albergatori che competono una con l’altra. Piuttosto che fare sistema tra di loro preferiscono perdere il cliente: è la logica dell’orto di casa, quello che è mio non lo condivido con nessuno. Purtroppo manca un disegno di regia unitaria che dia l’imprimatur ad una svolta gestionale e direzionale degna del paese che “in teoria” vanta il maggior appeal turistico ed artistico del mondo. Per questo motivo a guidare il Ministero del Turismo ci dovrebbe essere un “dream team” costituito dai migliori marketing manager del mondo, e non una ex valletta di periferia dalle discutibili competenze professionali ed imprenditoriali.

Qualcuno mi scrive confidando molto presto in una rivoluzione, magari in una rivoluzione culturale per cambiare definitivamente il destino di lento e progressivo impoverimento del paese, che ormai vive solo grazie alle montagne di risparmio accantonato e al mercato sommerso dell’evasione fiscale. Ma chi dovrebbe farla questa rivoluzione ? Le forze giovanili attuali ? Prima mi viene da piangere e dopo da ridere: intere generazioni di ragazzi italiani buoni purtroppo a nulla, senza spirito di sacrificio e con professionalità inesistente, tutto questo grazie a scuole superiori e laureifici (leggasi università di stato) attrezzati per elargire una qualche sorta di riconoscimento accademico o suo surrogato. Le lauree italiane (al pari dei diplomi) non servono ormai più a nulla in quanto è cessata da quasi vent’anni la funzione sociale per cui sono state concepite ovvero fare selezione, individuare i più promettenti, scartare gli inetti e bocciare gli incapaci. Care mamme evitate di scrivermi dicendo che vostro figlio è un genio e che sono esagerato: fate così mandatelo a lavorare all’estero, vediamo chi ve lo assume per una mansione dirigenziale. La formazione accademica italiana era tra le migliori (forse la migliore al mondo) fino a 20/25 anni fa, poi lentamente questo primato ci è stato sottratto per l’incapacità di aggiornare il modello scolastico e soprattutto per la lentezza di ammodernizzarsi dell’intero paese. Sicuramente qualcuno che vale esiste (purtroppo sono veramente molto pochi), ma vale per un qualche dono di natura, non certo per quello che le istituzioni scolastiche ed accademiche  gli hanno insegnato.

Tra vent’anni in Italia ci scontreremo con un’altra triste realtà, quella di non essere più a casa nostra: grazie infatti ad un liberismo sfrenato alle frontiere,  saranno infatti in maggioranza numerica tutte le altre etnie che abbiamo fatto entrare senza tante riflessioni, con un aumento della conflittualità sociale che ora non immaginiamo nemmeno.  Aumentano in continuazione invece i paesi occidentali che stanno facendo l’impossibile per far rimpatriare le ondate di immigrazione degli anni precedenti, proponendo addirittura  bonus economici a chi se ne ritorna da dove è venuto. Ovunque (persino a Malta), tranne in Italia, ci si rende conto dei disagi e danni economici che hanno provocato gli extracomunitari (abbassamento dei livelli salariali, criminalità per le strade, intolleranza nei confronti della cultura ospitante, prostituzione, disagio e tensione sociale con gli autoctoni). Noi italiani invece per evitare di offendere la sensibilità di qualche attivista per l’integrazione razziale stiamo serenamente lasciando che questa diventi la casa di qualcun’altro. Per le conseguenze che ci aspettano, la gestione dei flussi migratori dovrebbe essere una priorità nazionale. In qualsiasi città italiana andiate vi rendete conto voi stessi di un dato oggettivo: queste persone non solo non si sono integrate, ma nemmeno lo vogliono, ogni etnia infatti si è autoghettizzata per conto proprio (dai cinesi ai nordafricani, ogni comunità vive con le sue regole, fregandosesene del paese che la ospita.

Datemi retta vendete tutto quello che ha senso vendere e accaparratevi quel poco di buono che ancora rimane dell’Italia: tra quindici anni ci chiederemo come sia potuto accadere, come sia stato possibile lasciar marcire il paese fino a qualche anno fa invidiato da tutti. Se qualcuno di voi spera in qualcosa, allora deve sperare che arrivi, emerga o si imponga un nuovo Lorenzo Il Magnifico, una personalità giovane, visionaria, intraprendente, scomoda per l’attuale establishment industriale e politico, che abbia la capacità di rinnovare il paese, e stravolgere la sua popolazione, proprio come fece allora Lorenzo Dè Medici riformando completamente tutte le istituzioni statali dell’epoca e risolvendo le rivalità e le problematiche dei grandi gruppi di potere, assicurando al tempo stesso un periodo di equilibrio, crescita, stabilità e slancio per tutta la penisola.  Tuttavia fin tanto che da quasi vent’anni in Italia continuano ad alternarsi a livello politico e mediatico sempre gli stessi attori (da Berlusconi a D’Alema, da Montezemolo a Tatò, da Pippo Baudo a Raffaella Carrà), il problema non sarà tanto come cambiare il paese, ma come cambiare gli italiani, ormai assopiti ed addormentati proprio come recitava il poeta Ugo Foscolo: e mentre io guardo la tua pace, dorme quello spirito guerrier ch’entro mi rugge. (eugeniobeletazzo.com)

Fisco, Berlusconi: «Nel dimenticatoio tassa su banche e finanza»

lunedì, luglio 12th, 2010

silvio-berlusconiMilano, 12 lug. - Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha ricordato durante il suo intervento al Milano Med Forum 2010 il suo ruolo all’interno del G20 per non far passare la proposta di una tassa globale sulle banche e sulle transazioni finanziarie. “Lasciate che Governo italiano se ne assuma il merito. Non si è parlato né di tassa sulle banche né di tassazione delle transazione finanziarie che erano davvero una gabbia dentro la quale si volevano chiudere troppe operazione invece positive. Non si deve pensare che la finanza sia solo degenerazione. E’ esistita una degenerazione. Stiamo preparando nuove regole che saranno pronte per il G20 di Seul a novembre. Solo uno dei grandi Paesi ha portato avanti questa proposta che è passata nel dimenticatioio e di cui non si è nemmeno fatto cenno nella dichiarazione finale”.  (apcom)

I dubbi finanziari di Eugenio Benettazzo

giovedì, luglio 8th, 2010

0Anche quest’anno in prossimità dell’estate ho provveduto a raccogliere le principali preoccupazioni di piccoli risparmiatori ed imprenditori italiani particolarmente inquietati per quello che sta accadendo in tutto il mondo, non solo per l’avanzare della crisi dal punto di vista  sociale, ma soprattutto per le attuali condizioni di difficoltà cui sta attraversando l’Unione Europea.  La maggior parte di loro mi scrive chiedendomi quali libri leggere per iniziare ad essere finanziariamente indipendenti in modo da staccarsi definitivamente dai  promotori e circuiti bancari: significa che inizia ad emergere la volontà di acquisire una maggiore consapevolezza delle proprie opportunità di investimento, abbandonando definitivamente la  discutibile categoria degli operatori del risparmio gestito.  Qui sotto trovate riepilogate la hit parade dei dubbi e perplessità che sta vivendo il pubblico risparmiatore italiano, raccolti in queste ultime settimane, dubbi e perplessità che creano ancora molta angoscia all’uomo medio della strada a fronte delle mutate condizioni ed aspettative future del mercato per i prossimi semestri: 

-  i titoli di stato italiani faranno la fine di quelli greci ?
-  mi conviene ancora investire in oro ?
-  per le borse quando terminerà la recente caduta ?
-  conviene indebitarsi per un mutuo a tasso fisso in questo momento ?
-  devo preoccuparmi per una possibile inflazione ?
-  posso stare tranquillo se ho una polizza index linked ?
-  su che strumenti finanziari mi conviene puntare  ?
-  mi posso fidare delle poste italiane e dei loro prodotti ?

Quest’anno la preoccupazione maggiore degli italiani sembra sia la comprensione del grado di gravità in cui si trovano i conti pubblici in Europa: molti lettori sono consapevoli di come sia sempre più opportuno evitare una eccessiva esposizione in titoli di stato, il tutto per cercare di essere il più possibili immuni da un possibile default europeo stile Argentina.  L’oro e l’inflazione sono diventati i principali driver decisionali rispetto alla scorsa estate: come ho avuto modo di esprimermi anche in altri contesti ritengo che la fase di turbolenza finanziaria sia tutt’altro che passata, al momento infatti iniziano a manifestarsi gli spiacevoli fenomeni a boomerang che stanno colpendo a cascata l’occupazione giovanile, il crollo della produzione industriale e la contrazione del gettito fiscale.

Per cercare di dare un aiuto, il più possibile esaustivo, ricco di indicazioni pratiche ed operative, ho provveduto a redigere anche questa estate un report finanziario denominato INVESTMENT & STRATEGY 2010 di oltre 40 pagine in formato PDF (scaricabile a fronte di una donazione a supporto del Tour 2010) in cui sono contenute informazioni tecniche, grafiche e macroeconomiche che dovrebbero aiutare a salvaguardare il proprio patrimonio e a guidare il piccolo risparmiatore nelle proprie scelte di allocazione per i prossimi mesi. Con l’occasione invio a tutti i lettori i migliori auguri di buon investimento e buona estate:  il Tour 2010 ripartirà in Ottobre con due nuovi show finanziari. (eugeniobenettazzo.com)

Fiore (Forza Nuova): «Le nostre idee sono costruttive, serve rivoluzione anti finanza».

domenica, maggio 23rd, 2010

0Roberto Fiore, Segretario di Forza Nuova, commenta brevemente le dichiarazioni del direttore del settimanale “Gli Altri” Sansonetti e torna a parlare della manifestazione di Milano:”il dibattito che si sta da diverso tempo svolgendo sul diritto a manifestare, è interessante e costruttivo, nonostante permangano certe frange che fanno lobby nella pretesa di autonominarsi giudici della libertà e dei diritti altrui, sostituendosi a diritti costituzionalmente garantiti. La sola cosa che posso dire, è che il confronto e non lo scontro a priori deve dominare la politica, affinchè a prevalere nei fatti siano le idee realmente migliori, e non quelle più comode o dei più potenti. ” prosegue Fiore:”ma quello che mi interessa oggi sottolineare, è soprattutto la rilevanza della posizione che Forza Nuova ha assunto a proposito della crisi internazionale in atto. Quella che noi proponiamo e che vogliamo contribuire a realizzare, è una vera e propria rivoluzione contro il dominio barbaro della finanza: si tratta di rivoltare il concetto che domina l’economia, si tratta di ripristinare la centralità del lavoro sul capitale e dei popoli sulle economie. “

RUE WIERTZ: PITTELLA, SU ECONOMIA DIALOGO DIFFICILE GOVERNI-PARLAMENTO

sabato, marzo 27th, 2010

parlamento(ASCA) – Roma, 27 mar – Il Vicepresidente vicario del Parlamento europeo, Gianni Pittella, interviene sulle difficolta’ per arrivare ad una governance economica della Ue.

”La seduta plenaria del Parlamento di Bruxelles di giovedi’ scorso sulla finanza pubblica dell’area euro con il governatore della Banca centrale europea Jean-Claude Trichet si e’ svolta, tranquillamente ignorata, nelle stesse ore in cui i capi di governo, a pochi metri di distanza, decidevano con quali mezzi sostenere il bilancio greco e di riflesso con quale metodo affrontare altri futuri e ormai possibili dissesti. E’ questa la rappresentazione plastica della crescente difficolta’ con cui si procede nella ricerca di una governance dell’economia dell’Unione in grado di coinvolgere con pari dignita’ tutte le istituzioni rappresentative della Ue. Una responsabilita’ che questa volta non puo’ essere del tutto addossata al solito ”decisionismo accentratore” del Consiglio europeo. La grande maggioranza dei parlamentari europei, impegnata nei tanti appuntamenti in agenda della giornata infrasettimanale, non ha partecipato al dibattito in aula con Trichet. Ad ascoltare e ad interloquire con il governatore centrale su un tema cosi’ importante eravamo una quindicina. Una presenza comunque utile e preziosa, visto che il presidente della Bce e Olli Rehn, commissario europeo ai problemi economici hanno accolto la sollecitazione venuta dal mio intervento sulla necessita’ di affrontare rapidamente il problema della scarsa governance economica.

Rehn si e’ impegnato a incontrare, gia’ nella settimana successiva alle vacanze pasquali, gli eurodeputati membri della commissione economica per discutere insieme delle riforme necessarie a garantire una migliore governance, riconosciuta anche da Trichet come un elemento fondamentale.

Nel frattempo i capi di governo del Consiglio europeo prendevano una serie di decisioni che hanno tutti i difetti dell’urgenza e delle misure-tampone. Intanto non e’ chiaro a nessuno il quantum dell’aiuto alle finanze greche. Un elemento che non contribuisce a tranquillizzare i mercati.

Viene coinvolto il Fondo monetario internazionale, lanciando un segnale di debolezza (o ancora piu’ grave di mancanza di volonta’ politica) dell’eurozona nei confronti della gestione delle emergenze.

Il ruolo del governo italiano nella discussione e’ stato nullo. Eppure dovremmo essere tra i governi maggiormente attenti a lavorare perche’ sia scongiurato un potenziale effetto domino sui paesi con un maggior debito pubblico e scarsi tassi di crescita.

Sarkozy e Merkel hanno parlato di un rafforzamento della governance sul lungo periodo ma si va nell’esatta direzione opposta. E’ l’ennesima prova che si continuano a rimandare le riforme di maggiore importanza continuando a tenere un livello di ambizione politica ai minimi termini.

Un reale rafforzamento della governance passa invece attraverso la realizzazione di tre obiettivi 1. una politica per la crescita, 2. gli strumenti finanziari adeguati per sostenerla, 3. una politica per la gestione delle emergenze.

Per potenziare i canali di finanziamento delle politiche di crescita europee resto convinto sostenitore dell’introduzione degli Eurobond, affidandone la supervisione alla Banca Centrale europea.

Per quanto riguarda la gestione delle emergenze, l’istituzione di un Fondo monetario europeo costituirebbe una soluzione sensata per proteggere in primis gli interessi dei Paesi con finanze pubbliche sane e per offrire una risposta, Grecia a parte, al piu’ generale problema del deterioramento delle finanze pubbliche di numerosi stati membri”.

I tagli e dettagli di Benetazzo

martedì, febbraio 16th, 2010

EugenioBenetazzodi Eugenio Benetazzo (www.eugeniobenetazzo.com)

Quando nel 1994 Amy Whitfield scalava le classifiche musicali internazionali con il suo “Saturday Night” ed imperava la cultura del disco entertainment degli anni 90, allo stesso tempo il nostro paese raggiungeva il suo picco di massimo splendore per quanto concerneva il benessere economico alimentato da uno sviluppo e successo industriale che proprio in quell’epoca ostentava il suo massimo slancio evolutivo. Ricordo molte bene quel periodo, frequentavo da qualche anno l’università ed al tempo stesso mi dilettavo come dee jay negli house club: rammento ancora come tutti noi giovani “discotecari” sognavamo un giorno di poter possedere o gestire un locale da ballo (e sballo) tutto nostro, vedendo gli incassi e le migliaia di persone che vi gravitavano ad ogni serata.  Sono passati appena quindici anni e quel periodo ormai è un ricordo di un passato che non rivedremo mai più.

Dalla metà degli anni 90 per l’Italia è iniziato infatti un lento processo di declino industriale: sono stati fatti entrare a frotte milioni di extracomunitari con il solo scopo di consentire ai grandi gruppi industriali di poter abbassare i costi di manifattura (grazie a persone disperate disposte a lavorare con retribuzioni minori rispetto agli italiani), di lì a poco è stato introdotto il lavoro interinale come soluzione per “snellire” l’attività di impresa che in poco tempo ha fatto nascere una nuova fascia sociale, quella dei precari, infine si è dato inizio ad una lenta opera di deindustrializzazione aiutando gli industriali a smantellare le loro aziende per spostarle al di fuori dei confini italiani e decretando così la fine di centinaia di migliaia di posti di lavoro.  Quanto sta accadendo in questi ultimi 18 mesi non può essere definito genericamente come semplice crisi, come ci vogliono far credere i media tradizionali con il loro gracchiante vociferare, quanto piuttosto come una vera e propria emergenza che sino ad oggi ha manifestato solo il primo dei suoi tre aspetti, ovvero quello finanziario.

Adesso dovranno arrivare le altre due sfacettature, quella industriale e quella sociale, entrambe legate da questo scellerato ed osannato modello economico imposto dal WTO in cui tutti i paesi occidentali hanno dovuto lentamente e progressivamente regalare le loro produzioni ed i loro ordinativi industriali alle nuove aree emergenti di questo millennio, così facendo si sono create le condizioni sociali ed industriali per una impensabile sperequazione. L’Inghilterra regna sovrana su questo, il modello thatcheriano (privatizzazioni e dismissioni forzate dei gangli strategici della nazione) sta dimostrando come l’eccesso di liberismo economico produca l’esatto opposto di quello che aveva promesso. Gli USA che sono stati il primo paese a delocalizzare (con Messico ed India) hanno pagato il conto con la loro stessa solidità finanziaria. Per chi non lo avesse ancora compreso i mutui subprime sono detonati perchè lentamente sono stati bruciati milioni di posti di lavoro e persone che avevano contratto precedentemente debiti per vivere non sono più stati in grado di ripargarli (la FED poi ci ha marciato accellerando il processo di polverizzazione finanziaria).

Ormai dovremmo parlare di una mutazione genetica per il nostro tessuto socioeconomico: il turbocapitalismo ci sta presentando i conti. E siamo appena agli inizi. Chi continua a profetizzare la fine di questa cosidetta “crisi” temo che non abbia veramente ancora compreso che cosa stia accadendo. L’Italia è un paese manifatturiero (per quello che rimane) ed esportatore, questo significa che per esserci veramente ripresa questa deve realizzarsi al di fuori dei nostri confini, consentendo alla nostra economia di seguire a traino. Tra meno di quindici anni saremo catapultati al quindicesimo posto su scala planetaria, non saremo più un paese industrialmenete rilevante, ma uno stato depresso in lento e silenzioso declino. Direi proprio silenzioso perchè di giovani a gridare ce ne saranno sempre meno: sempre tra quindici anni oltre il 40 per cento della popolazione avrà un’eta superiore ai sessant’anni. Da Bel Paese un tempo, presto saremmo denominati come il cimitero degli elefanti. La contrazione della capacità produttiva industriale che si è verificata in questi ultimi mesi ci ha proiettati ai livelli di produttività di oltre quindici anni fa (non penso che si riuscirà mai più a recuperare questi livelli).

Il futuro è piuttosto delineato, chi è vecchio vivrà con quei quattro soldi messi da parte e chi è giovane si troverà a doversi inventare la vita di tutti i giorni, lavorando a missione e a singhiozzo: già tra cinque anni almeno 1/5 se non 1/4 delle aziende italiane si estinguerà o si ritirerà dal mercato, lasciando un profondo vuoto a livello occupazionale. Non dimentichiamo inoltre come le pesanti situazioni di default finanziario che stanno vivendo le imprese italiane presto si riverserà proprio sui bilanci delle stesse banche che adesso (grazie alle strepitose opere di privatizzazione riguardanti appunto lo stesso sistema bancario italiano) continuano a dettare legge su chi vive e chi dovrà estinguersi. Chi pensa di replicare il modello inglese per assorbire gli esuberi occupazionali, puntando quindi tutto sul terziario (settore dei servizi) probabilmente si è laureato per corrispondenza in Economia Davanti e Commercio Dietro presso l’Università per Barbieri. A livello nazionale non vi è una forza politica che si faccia portavoce di esigenze di protezionismo nei confronti dei nostri gloriosi ed invidiati distretti industriali, l’unica risorsa che avevamo ovvero la distintività ed originalità della manifattura italiana è stata brutalmente sacrificata per permettere a paesi come la Cina di assorbire, copiare e far morire le nostre tipiche produzoni, diventando nel frattempo la grande fabbrica del pianeta. A mio modo di vedere l’unica salvezza potrebbe essere un incredibile e improvviso cambio di governance politica che faccia emergere un “tribuno del popolo” stile Lula in Brasile, che contrasti e metta fine a questo dictat economico che sta portando il paese al suicidio industriale, sociale ed economico.

Benetazzo e il “gheto capio”

domenica, febbraio 7th, 2010

eugenio_benetazzodi Eugenio Benetazzo

Nel dialetto veneto, soprattutto nell’hinterland vicentino, vi è una locuzione verbale molto diffusa, “gheto capio” che significa “hai capito ?” utilizzata spesso anche come modo per intercalare durante una conversazione con uno o più interlocutori. Scrivo questo redazionale per rispondere alle accuse di leghismo e razzismo che mi sono state rivolte in occasione della pubblicazione di un altro articolo di inchiesta, al cui interno analizzavo la società americana sulla base della sua attuale situazione macroeconomica come conseguenza della sua stessa struttura sociale. Premetto che i complimenti ed apprezzamenti migliori li ho ricevuti proprio da persone che vivono e lavorano negli States da anni, i quali hanno confermato pienamente l’outlook di analisi che ho dipinto per l’America dei 50 Stati. Le accuse più infamanti invece sono arrivate da lettori italiani (molti dei quali non hanno mai visitato il paese in questione) che hanno recepito il mio redazionale come una manifestazione di appoggio politico a questa o quella forza politica.

La caratteristica principale della popolazione italiana è rappresentata dal classismo sociale: questo significa che qualsiasi titpo di affermazione, proposta, contestazione o critica deve essere sempre riconducibile a qualche movimento politico. Della serie, se Benetazzo dice che l’America è fallita a causa della sua composizione etnica allora significa che è leghista o estremista di destra e pertanto questo determina l’ammirazione di quella parte politica o il disprezzo della parte avversaria. Mi rammarico per questo e temo che difficilmente il futuro del nostro paese possa essere roseo visto che non potrà mai vincere il buonsenso, ma solo un determinato colore politico. Quanto ho precedentemente scritto, come tutte le altre mie opere intellettuali, sono frrutto di un analisi economica e non di una appartenenza politica. Vi è di più: il periodo di studio all’interno degli States ha voluto essere di natura prettamente inquisitoria nei confronti della società e dell’apparato economico, e non volto a visitare la Statua della Libertà a NY, Ocean Drive a Miami, il Museo della Coca Cola ad Atlanta, Rodeo Drive a Los Angeles, la Strip a Las Vegas e così via. Nel mio caso questo tipo di attrazioni sono state ignorate (tranne in parte per Las Vegas), in quanto ho voluto conoscere e studiare l’America e gli Americani per come producono, per come consumano e lavorano, come si indebitano e cosi via. La mia permanenza pertanto non è stata caratterizzata dallo svago e dal divertimento, quanto piuttosto dall’analisi, sintesi e riflessione su quanto raccolto.

Ho avuto modo di visitare numerose banche e grandi corporation, intervistare brokers ed executive, incontrare giornalisti e reporter indipendenti: il quadro che ne è uscito (che vi piaccia oppure no) contempla quanto scritto in precedenza. Ad esempio a Miami non mi sono sollazzato in spiaggia sotto il sole o sbronzato di tequila nei locali latinoamericani durante le notti brave, quanto piuttosto ho incontrato numerosi realtor, building developer e mortgage brokers, oltre che visitare i famosi appartamenti in svendita con il 60 % di sconto. Ad Atlanta invece (correndo non pochi rischi) ho visitato il quartiere dei neri a Downtown intervistando numerose persone che avevano appena perduto il posto di lavoro e vivevano con il sussidio federale. Quello che ne è uscito è un quadro con una logica di esame ben comprensiva se vista nel suo insieme. Il primo paese al mondo che ha delocalizzato (prima in Messico, poi in Cina, dopo in India ed ora in Vietnam) sono stati proprio gli Stati Uniti, ed ora stanno pagando il conto di quella scellerata strategia di svendere le loro produzioni all’Oriente e contestualmente anche i posti di lavoro. In parallelo a questo si è verificato uno spropositato overbulding (eccesso di costruzione) grazie al mutuo facile a soggetti underscoring (low and bad credit, solitamente persone di etnia nera, ispanica od orientale). La Fed ha poi aiutato a far peggiorare il tutto con grande incoscienza attravreso una politica monetaria suicida.

L’accusa più ridicola mi è stata mossa da italiani (che non sono mai stati negli USA) i quali contestano i dati da me forniti circa la composizione demografica dell’America sostenendo che secondo l’ultimo censimento la popolazione statunitense è costituita dal 60% di bianchi caucasici, il 15% da afroamericani, il 15 % ispanici, il 5% da orientali ed il restante da una molteplicità di etnie. Presa in senso generalizzato questa è la statistica media della popolazione americana. Tuttavia i 2/3 degli americani vive in aree metropolitane od urbane con più di 100.000 abitanti: l’intera economia statunitense è radicate e sviluppata nelle grandi aree metropolitane. Ma nelle aree metropolitane non abbiamo questa ripartizione: suvvia, non crediate ciecamente a me, ma almeno ai rapporti demografici che descrivono le aree in questione. Solo nelle prime dieci aree metropolitane (ce ne sono 52 in USA) vivono almeno più di 100 milioni di persone.

La tabella di sintesi conferma pienamente quanto avevo precedentemente espresso. Se invece andate a visitare i paesini rurali in cui vive il restante 1/3 degli americani scoprirete con grande sorpresa che la popolazione è costituita al 98% da bianchi caucasici (ad esempio Springfiled in Nebrasca rappresenta una insignificante nucleo cittadino con appena 1500 abitanti, il 99% dei quali sono bianchi caucasici). Sono i nuclei di insediamento nelle aree rurali che alzano abbondantemente la percentuale dei bianchi per tutta la popolazione, tuttavia queste piccolissime comunità vivono di una economia stanziale caratterizzata da relazioni commerciali quasi rarefatte: difficilmente vi troverete la sede di una grande corporation o il jet market di una famosa catena alimentare. Inoltre anche i dati in percentuale che io stesso ho preso come riferimento (sull’ultimo censimento datato dieci anni or sono) sono discutibili. Ma in peggio. Infatti non contemplano i flussi di immigrati clandestini che entrano in America soprattutto dal Messico, una stima piuttosto ottimistica parla infatti di almeno 15 milioni di clandestini. Solo nella città di Houston si stimano 500.000 presenze. Sono proprio le grandi città metropolitane infatti che diventano le porte di ingresso preferite per l’immigrazione clandestina e per le migrazioni dei nuclei familiari. Ma il dato più significativo che conferma il profondo cambiamento del tessuto sociale statunitense è riferito ai diversi trand di crescita di ogni etnia, con in testa al momento la popolazione ispanica, la quale rappresenterà il 40 % della popolazione statunitense entro il 2030.

Chi ancora non fosse convinto di questo quadro spero si convinga almeno della voce autorevole di Market Watch, la prestigiosa testata giornalistica online statunitense, la quale ancora nel 2007 in un passato redazionale analizzava i rischi per l’economia americana legati al credito facile a fasce sociali dal basso rating creditizio. Voglio terminare infine con una considerazione rivolta proprio a tutti coloro i quali in questa ultima settimana non hanno fatto altro che etichettarmi come razzista o leghista: fate attenzione invece, cari lettori, a non essere proprio voi i razzisti. Chi non lo avesse ancora compreso i cosidetti processi di integrazione tanto propagandati in passato come fenomenali processi di crescita culturali per tutti i paesi che li vogliano abbracciare, conditi da buonismo ed accoglienza sfacciata, altro non hanno fatto se non istituzionalizzare lo schiavismo moderno asservito al capitale e sfruttare senza limiti tutte quelle popolazioni che avrebbero dovuto essere oggetto di integrazione, spingendo proprio queste persone ad accettare lavori pericolosi, insalubri o fisicamente usuranti per una paga notevolmente inferiore a quella che sarebbe invece spettata ad un lavoratore autoctono.

E questa strada è stata perpetrata ai danni di altri lavoratori (italiani, tedeschi, francesi, inglesi, americani e cosi via) che hanno visto in pochissimi anni modificarsi verso il basso i loro livelli minimi salariali. L’unico beneficio che ha portato la menzogna dell’integrazione razziale è stato il vile aumento dei profitti delle grandi corporations che hanno beneficiato cosi di manodopera a costo inferiore senza tante seccature sindacali o rispetto per la dignità umana altrui. Chi invece si scalda tanto per consentire ed osannare le fenomali opportunità dell’integrazione, perchè così pensa di poter aiutare queste popolazioni dai mezzi limitati, non fa altro che condannarle ad una nuova era di schiavismo moderno, andando nel contempo a compromettere il tenore reddituale dei lavoratori autoctoni. Fate quindi attenzione, ed iniziate a considerare le opportune conseguenze (i famigerati side effects) di queste politiche di integrazione infelice, in quanto il modello americano è stato esportato in tutto il mondo, Europa compresa. Gheto capio.

www.eugeniobenetazzo.com