All’indomani della strage di Bologna, il Quirinale di Sandro Pertini non escluse la pista del terrorismo straniero, lamentando la presenza di agenti «libici, palestinesi e cecoslovacchi» in Italia e attribuendo tali infiltrazioni all’«eccesso di tolleranza» dei governi a guida democristiana nei confronti delle aree armate di sinistra. Oggi sappiamo che tale “presenza” non solo era tollerata ma bensì faceva riferimento ad un “accordo politico” sottoscritto da Moro stesso coi palestinesi di Hamas.
Dai documenti del Dipartimento di Stato americano sulla strage di Bologna, resi pubblica nel rispetto delle norme del «Freedom of Information Act» – a differenza della volontà del Parlamento italiano di secretare per ulteriori 30 anni i documenti riservati e coperti dal segreto di Stato , il primo accenno a una «pista straniera» per la strage di Bologna, avvenuta il 2 agosto 1980, la si trova il 4 agosto, quando l’ambasciata americana a Roma informa il Dipartimento di Stato a Washington dell’esistenza di una possibile matrice libica: «Le deduzioni ci portano a dire che la matrice è neofascista ma alcuni importanti personaggi italiani ritengono che la regia sia all’estero e il leader del Psdi Pietro Longo fa riferimento a responsabilità africane, presumibilmente libiche». Passano 72 ore, da questa nota, ed è Richard Gardner, titolare dell’ambasciata, a firmare un telegramma all’attenzione del Segretario di Stato Ed Muskie per far sapere che Gerardo Bianco, capogruppo della Dc alla Camera, non solo «sospetta del coinvolgimento libico nell’attacco di Bologna» ma «chiede di avere un maggiore scambio di informazioni fra servizi segreti» al fine di chiarire le minacce che il regime del colonnello Muammar Gheddafi porta all’Italia. E Gardner lo rassicura sulla «stretta cooperazione con i servizi segreti italiani», sottolineando che l’intelligence americana è «costantemente in allerta sui segnali di sostegni stranieri per il terrorismo italiano». Il 14 agosto è il Dipartimento di Stato americano che invece scrive a Gardner, facendogli sapere che «le autorità italiane stanno indagando su un possibile legame fra l’attacco di Bologna e la misteriosa caduta di un DC-9 di una compagnia italiana nel Mar Tirreno dello scorso 27 giugno», suggerendo di «seguire da vicino» questa «prima indicazione di un possibile collegamento» contro il disastro di Ustica. La risposta da Roma arriva il 15 agosto, con un telegramma che cita come fonte «tre dissidenti libici», secondo i quali «Gheddafi garantisce addestramento e sostegno ai terroristi italiani tanto di destra che di sinistra nell’ambito di una strategia tesa a destabilizzare l’area del Mediterraneo». Sono proprio questi tre dissidenti a fare i nomi delle località dove Gheddafi addestra i terroristi: «Iufra, Ghadames e Sinuaen». Gli istruttori sarebbero «di più nazionalità», includendo «palestinesi ma anche europei e americani già impiegati dalla Cia», mentre «sovietici e est europei sono troppo prudenti per farsi coinvolgere direttamente in questi campi». Ma ciò che più conta per Gardner è quanto ascolta dal primo ministro Francesco Cossiga e da Antonio Maccanico, segretario generale del Quirinale, nei colloqui che ha l’8 settembre e di cui scrive il giorno seguente al Dipartimento di Stato americano, con un lungo telegramma intitolato «Terrorismo – Le opinioni del primo ministro Cossiga e del presidente Pertini» e classificato «Confidential»: «Sul coinvolgimento di stranieri nel terrorismo Cossiga ha osservato che l’Italia sa, da fonti americane, che vi sono campi di addestramento in Libia anche se nessun collegamento fra la strage ed elementi stranieri è stato ancora stabilito».Quanto a Maccanico, «ha detto che il presidente Sandro Pertini è convinto che non solo elementi libici ma anche palestinesi e cecoslovacchi sono implicati nel terrorismo italiano al comune obiettivo di destabilizzare la nazione».
Secondo il giudice Romano Priore il Dc9 dell’Itavia inabissatosi la sera del 27 giugno 1980 nei pressi dell’isola di Ustica con 81 persone a bordo, fu abbattuto durante un’azione di guerra. Il Mig libico ritrovato “ufficialmente” il 18 luglio precipitò la stessa sera del DC9. Questa inconfessabile verità che è stata caparbiamente falsificata per 30 anni dai vertici dell’aeronautica e dei servizi segreti,e viene ancor oggi nascosta per “ragion di Stato”, come indicato dall’allora ministro De Michelis (PSI) avallando l’ipotesi di un “coordinamento di livello superiore” (ossia da una copertura politica e istituzionale nazionale o/e internazionale) su uno “scenario di guerra non dichiarata” e dell’“operazione di polizia internazionale” a cui presero parte molti aerei, presumibilmente Usa e fors’anche francesi allo scopo, ormai anche questo sembra accertato, di eliminare fisicamente il leader libico Gheddafi. Priore va oltre sostenendo che i militari non decisero da soli di occultare la verità, anzi l’ordine venne dall’alto. “Le decisioni prese dai militari sono state di una tale rilevanza e gravità che appare impossibile che lo siano state senza l’avallo di un livello superiore, nazionale (il governo, ndr), straniero (probabilmente gli Usa, ndr), o internazionale (la Nato, ndr) e deve averne ricevuto il consenso”. Insomma quello di Priore è un vero e proprio atto di accusa. Non è possibile che i politici, è in primo luogo il governo Cossiga, non sapessero nulla della “guerra non dichiarata” che si stava svolgendo nei nostri cieli e che vedeva coinvolto come prim’attore l’alleato Usa. Ma soprattutto viene fuori il coinvolgimento dell’allora presidente del consiglio Cossiga. Priore ricorda, nella sua ordinanza, le informative riservate ritrovate in casa del all’epoca colonnello Cogliandro (oggi deceduto), che guidava il Raggruppamento centri Cs del Sismi, la struttura riservata che secondo Priore “poco o nulla” fece nelle indagini. Fra queste ve ne è una che riguarda Cossiga in cui si afferma che “ebbe i rapporti completi della tragedia di Ustica e fece in modo che non fossero divulgati” per ragioni di Stato. Così come appare impossibile che nulla sapesse l’onorevole Mazzola, allora sottosegretario ai servizi segreti. Qualcosa doveva sapere anche il ministro degli Esteri. Questi infatti suggerì che il governo libico facesse un sopralluogo senza controlli sulla Sila dove furono trovati i rottami e il cadavere del pilota del Mig. Nel documento <<COMMISSIONE STRAGI – SENATO DELLA REPUBBLICA - CAMERA DEI DEPUTATI – XII LEGISLATURA – COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SUL TERRORISMO IN ITALIA E SULLE CAUSE DELLA MANCATA INDIVIDUAZIONE DEI RESPONSABILI DELLE STRAGI- IL TERRORISMO, LE STRAGI ED IL CONTESTO STORICO-POLITICO PROPOSTA DI RELAZIONE >> redatta dal Presidente della Commissione, senatore Giovanni Pellegrino, possiamo leggere : “ Ad esempio, per non spiegare che in quella notte la copertura è stata il risultato di una decisione presa a un doppio livello politico e militare. E una cosa è certa se Santovito ( deceduto , ndr) conosce il segreto di Ustica quanto Bisaglia (deceduto , ndr). Conferme. Santovito è morto, Cogliandro no. Nel maggio di quest’anno, l’ex capo del Cs (controspionaggio) del Sismi viene convocato e interrogato due volte in sette giorni dai giudici istruttori Rosario Priore e Carlo Mastelloni. Conferma d’aver redatto la nota su Bisaglia, conferma che Santovito scelse di non dar seguito all’indagine. Poi dice in sintesi io so “per scienza indiretta” che quella notte c’era un velivolo libico che doveva andare a Malta e che nel tentativo di abbatterlo hanno sbagliato obiettivo. Hanno sbagliato chi? E Cogliandro gli esecutori, americani e francesi. Chi c’era sul velivolo? Ancora Cogliandro Gheddafi; e il dato su quel volo dovrebbe essere in possesso dell’Aeronautica che dovrebbe essere stata in grado di seguirlo. Dollari. Su un agenda di Santovito, intorno alla metà di agosto, i giudici trovano scritto “Demetrio, appunti dei 168 milioni di dollari libici”. Demetrio è Cogliandro? E i soldi? Cogliandro dice di non ricordare ma dice anche che “al tempo tutto era possibile”, che i dollari dai libici potevano venire o andare, che il motivo era sempre di garantire il petrolio e che il rapporto diretto lo teneva Santovito col numero due di Gheddafi, il maggiore Jalloud. Sotto la cifra, nella agenda, Santovito annotava “Chi resta?”. Poi una serie di nomi, tutti ufficiali del Sismi Di Napoli, Demetrio, Notarnicola, Stefano (Giovannone), D’Eliseo, Carignani. Interpretazione fornita da Cogliandro non saprei spiegare, chiedete a Notarnicola; di questioni libiche si interessavano il tenente colonnello Sasso e Carignani del Sios.”
Per non andare oltre c’è ne è già abbastanza per porre la dovuta domanda a Gheddafi : ci dica la verità sul “danno collaterale” di Ustica e sulla “strage di Bologna” .